Kim Phúc, la “napalm girl” adesso ha una speranza La donna simbolo della guerra in Vietnam verrà curata negli Stati Uniti - www.Pontilenews.it


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ESTERI

 

28-10-2015

Kim Phúc, la “napalm girl” adesso ha una speranza

La donna simbolo della guerra in Vietnam verrà curata negli Stati Uniti


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Brucia! Brucia!”. Una delle foto più famose di tutti i tempi racconta del dolore atroce di una bambina, il cui corpo martoriato dal napalm è assurto negli anni a simbolo della guerra del Vietnam.

Gli Stati Uniti avevano già intrapreso un ritiro graduale dal paese asiatico, teatro del loro primo storico fallimento militare. Gli ultimi soldati americani lasciarono il Vietnam nel marzo del 1973, dopo che a gennaio erano stati siglati con il governo nordvietnamita gli Accordi di pace di Parigi.

Nell'estate del 1972, però, i combattimenti erano ancora aspri, e l'8 giugno alcuni cacciabombardieri dell'aviazione sudvietnamita sganciarono bombe al napalm sul villaggio di Trang Bang, che nei giorni precedenti era stato attaccato dai vietcong. A farne le spese, tuttavia, furono soprattutto i soldati sudvietnamiti che tentavano di resistere all'attacco da terra e i civili. Fra questi c'era la famiglia di Kim Phúc, che aveva deciso di rifugiarsi in un tempio.

Il napalm, una sostanza acida altamente infiammabile, colpì il braccio sinistro di Phúc, che si spogliò completamente per liberarsi dalle fiamme che le bruciavano il corpo e cominciò a correre disperata verso le posizioni difese dai soldati sudvietnamiti mentre urlava per il dolore. Un fotoreporter dell'Associated Press - Huynh Cong «Nick» Ut – immortalò il momento della fuga e poi si premurò di accompagnare la bambina in un piccolo ospedale non lontano dal villaggio.

 

Nonostante avesse subito ustioni in oltre il 30 per cento del corpo, Kim Phúc riuscì a sopravvivere. Affrontò 17 interventi chirurgici, ma nessuno fu in grado di dare sollievo al dolore persistente che avvertiva. Jill Waibel, la specialista del Miami Dermatology and Laser Institute che si è offerta di curare gratuitamente la donna ormai 52enne, spiega: “Il napalm aderisce alla pelle come una gelatina. L'organismo non riesce a rigenerare la pelle e a cancellare il senso di bruciore come succederebbe per una normale ustione”.

Finita la guerra, Phúc diventò suo malgrado il simbolo della resistenza vietnamita all'aggressione statunitense. Il governo comunista del paese, ormai unificato dopo la presa di Saigon, la obbligò a lavorare come guida turistica e a lasciare i corsi di medicina che aveva iniziato. Il primo ministro vietnamita Phạm Văn Đồng però finì per interessarsi alla sua storia e le consentì di studiare a Cuba. Qui Phúc conobbe un ragazzo vietnamita che sposò nel 1992. Di ritorno dal viaggio di nozze a Mosca, i due decisero di scappare in Canada, dove tuttora vivono nella periferia di Toronto.

 

Ho passato la vita a cercare di scappare da quella bambina della foto, ma sembrava che quello scatto mi perseguitasse”, ha dichiarato Phúc. A ricordarle l'orrore della guerra, in ogni caso, è anche e soprattutto il dolore costante che avverte da oltre 40 anni. Ora però la donna sembra avere una speranza, sebbene, come ricorda la dott.ssa Waibel, il napalm abbia distrutto vari strati di collagene, la proteina principale che si trova nell'epidermide. Le cicatrici hanno uno spessore quattro volte maggiore rispetto a un normale strato di pelle.

Oltre al senso di bruciore, Phúc ha anche problemi di movimento dell'arto sinistro, mentre le terminazioni nervose della superficie danneggiata le procurano dolori improvvisi nei confronti dei quali non esiste alcun rimedio.

Le sedute a cui verrà sottoposta a Miami comportano l'assunzione di antidolorifici e un intervento laser piuttosto complesso e doloroso. Il laser scalda la pelle fino a portarla a uno stato simile all'ebollizione. Ciò produce dei piccoli fori sulla pelle, il che consente a una crema di penetrare e ricostruire il collagene perduto. Secondo la dott.ssa Waibel saranno sufficienti 7 o 8 sedute per completare il trattamento.

 

Kim Phúc spera di trovare finalmente sollievo al suo dolore, anche se è consapevole che avrà sempre a che fare con un altro tipo di pena: “Non c'è operazione, né farmaco, né medico che possa guarire il mio cuore”.

di Andrea Piccoli
 





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