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01-12-2015

Il campionato tutto d'un fiato - Quattordicesima giornata

Roma e Lazio in crisi, Napoli capolista, Inter sfortunata, Juve in risalita. Le prime sentenze della stagione.


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«Gli allenatori sono come le gonne: un anno vanno di moda le mini, l'anno dopo le metti nell'armadio». Così sentenziava tempo fa il grande Vujadin Boskov, e così sentenzia, ancora una volta, il campionato di calcio, retto da leggi universali indipendenti rispetto a spazio e tempo. Due anni fa l’arrembante Rudi Garcia stupiva tutti, riportando la Roma tra le grandi e accontentando i tifosi in cerca di gloria e la proprietà in cerca di profitto. Oggi, dopo la batosta del Camp Nou e la ridicola prestazione contro l’ottima Atalanta di Reja, l’allenatore transalpino sembra essere inevitabilmente la causa principale del problema, la variante sbagliata dell’equazione, o, semplicemente, uno fuori posto. Al momento sembrerebbe confermato fino alla partita spartiacque contro il Bate Borisov, che starà certamente preparando – più che tatticamente – con qualche grandiosa frase ad effetto da scegliere a caso tra la sua vasta collezione («abbiamo il destino tra i piedi», «io non mollo», «siamo dei guerrieri» ecc.) o dai libri di Paulo Coelho a lui cari.

 

Altro allenatore messo in discussione, altra gonna non più di moda, è Stefano Pioli, l’anno scorso enfant prodige e ora confuso ammaestratore di giocatori insoddisfatti. La Lazio perde la sua sesta trasferta della stagione a Empoli. La buona prestazione europea sembra aver dato alla squadra biancoceleste nuova linfa vitale e fiducia nel proprio gioco, ma continuano a mancare convinzione e cattiveria, a cui va aggiunta la pessima prestazione dell’arbitro che annulla un gol regolare a Klose. E’ ad ogni modo evidente che manchi la quadratura del cerchio, l’unione del gruppo che fu proprio la caratteristica dominante della bella stagione passata. Sta a Pioli, sorretto da una società forte, sciogliere i nodi, liberarsi delle zavorre, e ripartire.

 

A volare senza zavorra alcuna è certamente Sarri, uno che è fuori moda per natura, lontano da riflettori, aforismi, prime pagine, felicemente avvolto dalla tuta acrilica che sa di essenziale, sigarette, tanta corsa e parolacce. E il suo Napoli è proprio così. Quadrato in campo, si muove all’unisono, colpisce quando può e si chiude quando deve, aiutato, in extremis, anche da forze sovrannaturali precedentemente profetizzate da Boskov nostro «Pallone entra quando Dio vuole». E ieri, Dio, non voleva. Non c’è altra spiegazione per i due pali colpiti da una pur volenterosa Inter nell’ultimo minuto di gioco. Napoli primo, piazza in festa, confronti blasfemi tra Higuain e Maradona. Ma va bene così.

 

Allegri, più che una gonna, ricorda invece i leggins, che sembrano passare di moda, ma poi alla fine ritornano sempre. Il problema dei leggins è che dipende sempre da chi li porta. Possono essere una formidabile arma di seduzione o causare la morte di qualsiasi pulsione sessuale, tipo le ballerine. Non è chiaro al momento se Allegri possa davvero essere l’arma in più di questa Juve. Se questa è la prima vera Juve dell’allenatore toscano – ammesso e non concesso che quella dell’altr’anno vivesse ancora dell’eredità di Conte – i dubbi sono davvero tanti, a partire dal gioco, ancora confuso, e dagli uomini, così poco juventini nel senso storico del termine. La striscia positiva delle ultime giornate sembrerebbe dargli ragione, il futuro non si sa.

 

Per il resto, Mandorlini viene ufficialmente “riposto nell’armadio” dopo cinque ottimi anni all’Hellas. Al suo posto Delneri, che ci si augura sia andato da un logopedista nel frattempo. Il Milan strapazza la Sampdoria di Montella, al momento in difficoltà, il Toro batte il Bologna in casa, Carpi e Udinese vincono in trasferta e SassuoloFiorentina finisce in pari. Impossibile quantificare la quantità di scommesse saltate in questa giornata, che neanche il campionato di terza categoria norvegese.


Ora la Coppa Italia e poi, dal 4 dicembre, Lazio – Juve, la trasferta della Roma a Torino, l’Inter in casa col Genoa ed il Napoli a Bologna.

 

 

di Giorgio Federico Mosco
 





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