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07-01-2016

Antonio Cassano, il genio (e la 18esima di Campionato)

Lo spettacolo del derby di Genova, l'Inter capolista, Fiorentina e Juventus ad inseguire, Milan, Roma e Lazio in crisi


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Cos'è il genio? Secondo il Melandri di Amici Miei è “fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità d'esecuzione” e se in quel caso la definizione si prestava a zingarate, burle crudeli e schiaffi volanti, poco cambia. Antonio Cassano è, a modo suo, uno zingaro – nell'accezione di Monicelli – uno che prende e va, senza pensarci tanto, andando oltre limiti fisici, età, concorrenza spietata di giovani macchine da guerra tutte muscoli e corsa. Cassano no, a Cassano non serve. Lui ha i piedi ed il genio. E come piaceva dire a Carmelo Bene dei Moahmed Alì, degli Edberg, dei Maradona, galleggiando nell'abbandono, essi non fanno più il pugilato, il tennis, il calcio, ma sono il pugilato, il tennis, il calcio e superano quindi ogni categoria, classe, confine, arrivando là dove non v'è più umano. Ecco che l'Antonio nostro, in un assist regalato senza guardare, in uno stop magnetico, in un dribbling impossibile, in un lancio a tagliare in campo, non gioca più al calcio, ma è esso stesso il calcio, supera lo sport e diventa Grande Teatro. Non gioca, è giocato. E non contano più dichiarazioni improbabili, cassanate, polemiche. Il palcoscenico è il campo e quello solo conta. Lì solo Cassano diviene ciò che è, e trovandosi, si supera. Il genio tuttavia, proprio come il bambino in Freud, ha bisogno di essere amato, coccolato, curato, per il semplice motivo d'esserci. Il principio di prestazione è adulto. Il genio c'è, esiste, respira, e questo deve bastare. Zenga non lo aveva capito, Montella si. Ed ecco che dopo il riconoscimento, dopo le coccole, il bambino torna a giocare, a divertirsi e quindi a divertire.

Il derby di Genova, aldilà del risultato, ci ha fatto godere, una volta ancora, ed illuso di non vedere “ventidue ragionieri in mutande”- come accade ormai ogni domenica - ma ventuno sportivi ed un Artista.

 

Occupiamoci adesso delle vicende umane: come una ruspa salviniana l'Inter di Mancini continua a spazzare via avversari senza neanche aver bisogno di giocare. Basta un gol del ritrovato Icardi per aggiungere tre punti alla classifica, che adesso recita trentanove, uno in più di Fiorentina e Napoli.

 

La Viola vince e convince a Palermo – seppur contro una squadra misera nonostante l'eroe tragico Gilardino, lasciato solo a combattere la battaglia – trascinata da un Ilicic in cattedra e da un grande Borja Valero. Il Napoli conquista la vittoria, non senza soffrire, contro l'ottimo Torino di Ventura. Alla conta finale è la rete di Hamsik – oltre allo splendido gol di Insigne – a fare la differenza.

 

Subito dietro, arrembante, la Juve di Dybala, autore di una splendida rete su punizione e trascinatore della squadra bianconera, ora a tre punti dalla vetta.

 

Capitolo Milan: crisi nera per la squadra di Miha, beffata, all'ultimo, dal fuoco amico di Donadoni, punita per le tante, troppe occasioni sprecate, una su tutti quella di Cerci, che, nel momento decisivo, “non passa la palla, come i figli unici quando giocano a pallone”, bersagliato sui social tanto da decidere di chiudere i profili. Sull'allenatore serbo spunta adesso l'ombra di Brocchi (sic!). Decisiva la partita in casa della Roma di domenica sera.

 

Per il resto, Lazio ancora in dormiveglia bloccata dal Carpi in casa e Sassuolo che impatta contro un buon Frosinone al Mapei Stadium.

 

La Roma? Non sta a noi scriverne. Del nulla si occupano teologi, filosofi, pensatori. Al più, nel caso specifico, psichiatri. Non ci sono altri modi per approcciare un oggetto che manca completamente di consistenza. Un ectoplasma al massimo. “L'ectoplasma sarebbe in una prima fase trasparente, per poi prendere consistenza assumendo diverse forme, tra cui figure umane o parziali. Verrebbero così a formarsi arti, volti o interi corpi in grado di assumere movenze intelligenti”. Ok, no, l'aggettivo finale esclude che possa trattarsi della Roma. Di questa Roma.  Non ci resta che imbracciare la chitarra e strimpellare un porompomperopero per dimenticare. In fondo è quello che avrebbe dovuto fare Garcia invece di allenare.

di Giorgio Federico Mosco
 





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