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POLITICA

 

13-02-2015

Libertà di stampa: sempre peggio, Italia al 73° posto

Scende ancora la posizione in classifica del nostro Paese, già 49° nel 2014


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Di ripresa non se ne parla, ma a questo siamo ormai abituati. Eppure continuare a scendere irrimediabilmente verso il basso fa paura. No, questa volta il PIL, o il tasso d'occupazione, non c'entrano nulla. Si tratta di libertà di stampa, libertà che evidentemente, vista la nuova classifica annuale stilata da Reporters Without Borders, non appartiene affatto al bel paese che si piazza al 73° posto perdendo ulteriormente posizioni rispetto allo scorso anno, dove già la situazione non era tra più rosee (49°).

 

Ma cos'è veramente la libertà di stampa? Se si parte considerando come “libertà” lo “stato di autonomia essenzialmente sentito come diritto, e come tale garantito da una precisa volontà e coscienza di ordine morale” e come “stampa” il “quanto viene pubblicato, con particolare riferimento a quotidiani, settimanali, riviste e agli orientamenti che intendono determinare nell'opinione pubblica”, facendo una semplice addizione matematica non è difficile ottenere il risultato. La libertà di stampa è, brevemente, la possibilità di pubblicare indipendentemente ed autonomamente articoli, scritti, video e altro che corrispondano alla propria idea di morale, senza dover soccombere a imposizioni o pressioni esterne.

 

Tutto molto bello quanto irrealistico data la nostra posizione, peggiore addirittura rispetto a quella di stati ritenuti “arretrati” o “sottosviluppati” come Georgia, Senegal, Moldavia, giusto per citarne alcuni. Dunque effettivamente l'Italia è un paese in cui regna sovrana la censura, che in questi ultimi anni sta decisamente sovrastando qualsivoglia tipologia di informazione.

 

Le cause? Molte sono difficili da individuare, anche perché basandosi sul concetto stesso di libertà, ognuno può decidere più o meno autonomamente, e spesso silenziosamente, di rinunciarvi, e dunque diventa poi impossibile determinare la veridicità dell'azione libera dell'individuo. Altre però sono facilmente intuibili, basti pensare alla televisione (che alcuni sociologi dell'ultimo secolo definiscono non a caso “lo specchio della società”) ed in particolare ad alcune reti televisive private i cui proprietari appartengono a chiare fazioni politiche, nonché alla stessa Radiotelevisone Italiana che per sopravvivere riceve finanziamenti pubblici approvati dal governo, gli stessi finanziamenti pubblici che tengono in vita, nell'era del digitale, tutte le più grandi testate nazionali, mentre sono veramente pochi i giornali che non si avvalgono degli stessi e che, quindi, sono ipoteticamente più “liberi” di esprimere le proprie opinioni senza subire pressioni.

 

“La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire” diceva un certo George Orwell, di cui si ricordano molteplici scritti contro la censura ed a favore della libertà di pensiero, tra tutti sicuramente 1984, antiutopia sul regime comunista ai tempi di Stalin. La dittatura che il sovrano imponeva rappresenta forse la più severa e chiara immagine di censura dell'informazione, ed esistono tutt'oggi molti paesi nella quale queste, dittatura e censura, regnano. Ma se in Italia, democrazia, regna la censura, allora qualcosa non va, allora non è democrazia, poiché le persone non possono farsi un'opinione se non in relazione al tipo di informazione ricevuta. Quindi, la domanda è questa: il governo di oggi, e di ieri, avrebbe goduto del consenso attuale, e passato, se l'Italia fosse stata ad esempio al decimo posto in classifica? Ma soprattutto, sarebbero stati comunque questi i partiti che ci avrebbero governato? Ai posteri l'ardua sentenza.

 





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