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CRONACA

 

06-02-2016

Arte e distruzione, un binomio incivile: i monumenti deturpati d'Italia

Graffiti, bottigliate, furti, bombolette: come cancellare secoli di storia con atti vandalici


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Si narra che Michelangelo, contemplando il suo Mosè, la celebre scultura realizzata per la tomba di Papa Giulio II Della Rovere, fu preso da un impeto di ira ed esclamando la famosa frase “Perché non parli?”, impugnò un martello e colpì violentemente la sua creatura all'altezza del ginocchio. Potrebbe trattarsi solo di leggenda, ma le forme realistiche della maestosa opera d'arte, inducono tutt'oggi allo stesso pensiero: le manca solo la parola. Alterare con atti vandalici l'aspetto di un'opera d'arte non significa solo comprometterne la conservazione, ma soprattutto mutarne l'aspetto e la leggibilità. Non si tratta di raptus creativi, ma di azioni compiute ai danni di monumenti e siti archeologici, con incoscienza e costanza. In un paese come il nostro, l'imponente patrimonio artistico tramandato dall'antichità ad oggi, ci racconta secoli di storia: le opere del passato parlano e come.

 

ll vandalismo è un fenomeno, purtroppo, dilagante e di assoluta inciviltà. Dagli attacchi eclatanti alle manomissioni lente e inesorabili: tra cartacce, gomme da masticare, bottigliate e bombolette spray, i nostri monumenti periscono sotto i barbari colpi di orde di turisti e cittadini screanzati. Ed eclatante fu la scena impietosa della Barcaccia, scolpita da Pietro Bernini tra il 1626 e il 1629, e ridotta a una pattumiera da una bolgia di ultras olandesi. Il capolavoro in travertino di Piazza di Spagna, fu vittima di ore di follia: i tifosi fuori controllo, urlando e ballando, calpestarono secoli di storia, provocarono danni irreversibili. La Barcaccia del Bernini, era appena stata restaurata e il restauro era costato ben oltre i duecentomila euro; un vero e proprio pugno allo stomaco. Il museo a cielo aperto di Roma, vanta un triste primato in quanto ad atti vandalici.

 

Nel settembre del 2011, infatti, fu colpita una delle sculture della fontana del Moro a piazza Navona. L'autore dello scempio venne arrestato due giorni dopo e ricostruendo i fatti confessò di essere entrato nella fontana armato di sanpietrini e di aver picchiato sul marmo. Non contento del proprio operato, il folle usurpatore vagò per quattro ore alla ricerca di un nuovo obiettivo, giungendo così alla fontana di Trevi e mettendo in atto lo stesso piano demenziale. Fortunatamente, nel secondo caso, l'opera monumentale non subì danni. Risale invece al settembre del 2005, il triste caso della Navicella di Villa Celimontana, una delle opere più importanti del Sansovino. Dei vandali rapirono la prua della fontana, frantumandola in tre parti con un martello. L'inestimabile tesoro venne ritrovato pochi giorni dopo, fatto a pezzi e gettato in un sacchetto di plastica in una zona della Magliana.

 

Nel 2004 i vandali presero di mira una delle opere più note del Bernini: la Fontana delle Api, realizzata nel 1644 e situata nella centralissima via Veneto. La testa di una delle api venne staccata di netto, causando un danno irreparabile. Il pezzo scolpito dall'artista napoletano andò perso per sempre e venne sostituito da una copia. Ed ancora una volta un Bernini, fu deturpato nel 2011 ad Ariccia, dove quattro giovani, poco più che maggiorenni, sradicarono il basamento della Fontana del Popolo, rischiando anche la vita a causa del crollo dell'imponente monumento. Ma numerosi sono anche i furti e furtarelli, compiuti da turisti poco raccomandabili. Nel marzo del 2014, un turista canadese di soli 15 anni, fu sorpreso a rubare “pezzi” del Colosseo. Come fossero semplici souvenir, i frammenti del simbolo di Roma, finirono nelle tasche del ragazzino, pronti a prendere il volo oltreoceano. Sempre nello stesso anno, un turista russo, nel totale spregio del valore storico e culturale del monumento, incise, con un sasso, una "K" sulle mure interne del Colosseo. Una bravata larga 17 centimetri e alta 25, che costò al turista l'arresto e una multa di 20.000 euro.

 

L'esemplarità della punizione non fu colta a dovere e, solo pochi mesi dopo, l'anfiteatro fu preso di mira da due turiste statunitensi, che incisero con una moneta le loro iniziali, scattandosi anche una foto ricordo. La situazione non cambia al nord: a Torino, nel maggio 2015, fu deturpato il monumento a Galileo Ferraris. Anonimi criminali decapitarono una delle fanciulle in pietra del basamento, gettandone la povera testa poco distante dal resto dell'opera, come già accaduto in precedenza con un braccio mozzato. Passiamo ad un'altra città d'arte, Firenze, che fa i conti da ormai molti anni, con i danni causati da un turismo sfrenato e privo di controllo. Nel 2008, fece il giro del mondo, il caso di sei studenti nipponici accusati di aver imbrattato, lasciando tra l'altro la firma, i muri della cupola del Duomo. Il monumento subì nuovi attacchi nel 2015, ad opera di studenti svizzeri, che furono fermati e multati per violazione del Regolamento di Polizia Urbana.

 

Nel 2014, fu la volta del Battistero di San Giovanni a Pistoia: sulle mura trecentesche del monumento, simbolo dello stile romanico toscano, comparvero orribili scarabocchi impressi con la bomboletta spray, mentre tutto intorno e sulle scalinate antistanti giacevano i cocci delle bottiglie spaccate al suolo dai vandali. Ed eccoci al al sud, a Napoli, dove i graffiti si moltiplicano giorno dopo giorno. Un gioco senza senso, che come un rito si ripercuote suoi monumenti simbolo della città. A piazza del Plebiscito, il degrado serpeggia inesorabile: nel febbraio del 2015, dopo un lungo e atteso restauro, degli sprovveduti imbrattarono, con scritte e disegni, i maestosi leoni che incorniciano il colonnato. Sempre in Campania, gli sfregi compiuti all'interno del sito archeologico di Pompei sono più che vergognosi.

 

Nel 2003 furono rubati, due affreschi della Casa dei Casti Amanti, creando scompiglio e sconforto tra archeologi e non addetti ai lavori. Per di più il furto fu compiuto da ladri non professionisti, che staccarono, in maniera grossolana, frammenti di pittura databili tra il 45 e il 79 d.C, danneggiando anche altre opere circostanti, le cui parti furono ritrovate in frantumi. I dipinti, imballati e pronti per essere trasferiti all'estero, furono recuperati in un cantiere abbandonato, non molto lontano dal sito archeologico. Quel che è riuscito a sopravvivere alla spaventosa eruzione del Vesuvio, per più di duemila anni, sembra cedere ai colpi della moderna ignoranza. C'è chi firma le pareti della Domus di Marco Lucrezio Stabia e chi considera i tasselli di un mosaico pompeiano, come conchiglie da raccogliere al mare. Di sicuro ci sono falle nel sistema di vigilanza dei nostri monumenti, ma deturpare il patrimonio culturale di un paese equivale a ignorarne e distruggerne la storia, calpestarla consapevolmente e senza scusanti.

di Simona Russo
 





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