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SPORT

 

22-02-2016

Totti, Spalletti e i giusti comportamenti

Prima l'intervista, poi l'esclusione. Ecco perché, stavolta, ha ragione Spalletti


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"Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo, dalla fantasia". Francesco Totti di rigori ne ha calciati una marea in oltre venti anni di campi, corse, tiri, reti, fasce indossate, gagliardetti scambiati, maglie onorate. Tante maglie, certo, ma due soli colori, i colori di una vita. Francesco Totti a Roma significa un mondo. Un mondo che vive di vita propria, talmente vasto da includere anche la Roma stessa. Perché la Roma è la Roma ma Totti è Totti.

 

Panacea di ogni male, salvatore in disgrazia e condottiero in gloria, per una certa fetta di Roma il Capitano è una divinità, un Dio fattosi uomo, autore di gesta impossibili, moltiplicatore di gioie, estensore di emozioni, aristocratico e popolare, Giulio Cesare e Alberto Sordi, divo e vicino di casa. Totti a Roma è tutto questo e molto ancora. E' il pischello dal cuore d'oro che se sbaglia è perché “è solo un ragazzo”, il figlio unico a cui viene perdonato tutto, l'ometto di casa che può dire ciò che vuole, il nipote, bello e timido, a cui la zia invadente stritola amorevolmente le guance. E questo status di intoccabile Totti se lo è guadagnato sul campo.

 

Destino dei semidei è tuttavia quello di fare i conti con la propria natura, così indefinita e dunque difficile da accettare. Come può un bambino smettere di giocare? Come un fiume di scorrere? Solitamente è la natura a decidere. E la natura sembrava aver deciso. Fuori per quasi quattro mesi, Totti è tornato a disposizione soltanto di recente. I piedi sono sempre quelli: strumenti di creazione, bacchette magiche, oggetti di studio del paranormale. Le gambe invece, come natura matrigna vuole, non corrono più. Come potrebbero d'altronde? Puoi mettere a posto la cinghia, sostituire le valvole, cambiare il motore, ma la macchina, prima o poi, si fermerà. E questo Spalletti – uomo di calcio, acuto osservatore – lo ha notato.

 

Totti è la Storia, certamente. Ma c'è una squadra da rimettere in sesto, una classifica da difendere, delle gerarchie da ristabilire. Come il Pronto Intervento la domenica sera, Spalletti è stato chiamato per arginare la falla, bloccare la perdita, risolvere il problema. Indubbio è che Roma – come squadra, come piazza, come ambiente – necessitasse e necessiti tutt'ora di ordine, di disciplina, di valori. Per dirla in tre parole (care all'allenatore toscano): dei giusti comportamenti. E cosa fa un capitano, seppur anziano, quando tira aria di tempesta, quando la truppa è persa, quando il vento continua a soffiare imperterrito? Diventa esempio, incarna il valore, si fa ideale, insegna con uno sguardo, fa scuola con un gesto, parla se serve e tace se necessario, arde, riluce. Facendo ciò, si supera, scavando ancor di più, con un sorriso di gaia superiorità, il solco che c'è tra sé e gli altri, tra gli umani e i fuoriclasse, in campo come nella vita.

 

Alle volte però sono le umane pulsioni ad avere la meglio. La difficoltà di accettare i cambiamenti, la voglia di continuare ancora, imperterriti, i cattivi consigli, la paura di ciò che verrà dopo. E allora si rilasciano interviste, si mandano frecciate, si creano nemici che nemici non sono, dividendo in fronti una piazza già frammentata come i partiti di estrema sinistra tra Rifondazioni sensiane, Internazionali pallottiane, Partiti derossisti-dzekisti, dando l'occasione, ghiotta e imperdibile, a radiolari e forcaioli, giornalisti e giornalai, pennivendoli e chiacchieroni, buffi attori di una città schizofrenica, di urlare la loro, di twittare il luogo comune, di starnazzare il titolo, lasciando da parte i sacrosanti, alti, inviolabili doveri di un capitano, dimenticando le assai più importanti sorti della squadra, ignorando il rispetto, prima da dare e poi da ricevere, nei confronti dei compagni, dell'allenatore, della Roma tutta.

 

Da uomo d'ordine quale è (e deve essere), Spalletti ha quindi applicato le regole, seguito le direttive, punito l'indisciplina, senza abuso o godimento alcuno, rivendicando legittimamente la propria autorità e difendendo, una volta ancora, quella cultura del lavoro di cui Trigoria è orfana da tempo immemore. Niente blasfemia quindi, nessun oltraggio a Dio, nessuna Storia calpestata. E chi scrive, strilla, urla, fischia, accusando l'allenatore di Alto tradimento, i dirigenti di complicità, gli altri tifosi di malafede e difendendo la Luce, il Buono, il Giusto, l'Eterno, non ha ancora compreso che l'unica cosa che ci si possa augurare per il bene di Totti - e per il bene della Roma tutta - è che sia lui per primo a schiarirsi le idee, a trovare la propria dimensione, ad accettare il corso delle cose, abbandonando, una volta per tutte, ingiustificabili capricci bambini e pregustando, finalmente in maniera serena, la vita che sarà.

Perché Totti è Totti, ma la Roma è la Roma.

 

 

di Giorgio Federico Mosco
 





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