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POLITICA

 

29-02-2016

Unioni civili, promossi e bocciati

Chi esce sconfitto e chi vincitore dalla battaglia del Senato


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Le ultime schermaglie sul voto di fiducia e poi via. Accompagnati dal fedele trolley, dopo aver votato a favore o contro le unioni civili, i senatori si sono dileguati per beneficiare del meritato riposo del guerriero. Sì, perché quella sul ddl Cirinnà è stata una vera battaglia. Chi può dirsi vincitore e chi sconfitto?

 

Monica Cirinnà. Non avrà il peso politico di Loris Fortuna, ma il suo nome passerà comunque alla storia. Dopo vari fallimenti e clamorosi ritardi, la legislazione italiana si adegua in qualche modo a quella degli altri paesi occidentali e soprattutto prende atto delle profonde modifiche all'interno della società. Per arrivare al risultato, la senatrice Cirinnà deve patire più di 2 anni, osservando il suo testo fare la spola fra una commissione e l'altra. In ogni situazione, mantiene la calma in maniera mirabile. Quando, nei giorni infuocati del Family Day, il direttore di Radio Maria - don Livio Fanzaga - la paragona prima alla Babilonia (una prostituta che appare nel XVII capitolo dell'Apocalisse, ndr) e le ricorda poi che «arriverà anche per lei il funerale, signora», la senatrice dem risponde con eleganza e ironia citando Massimo Troisi: «Sì, mò me lo segno». Ma quando il peggio sembra passato, il voltafaccia del M5s la gela («un colpo al cuore») e la manda in confusione. Annuncia prima di voler lasciare la politica, poi che avrebbe ritirato il suo nome dalla legge se fosse stata modificata. È ciò che avviene, l'articolo 5 viene stralciato e il governo pone la fiducia sul resto. Il nome però resta in calce al ddl e la senatrice festeggia in aula dispensando baci e abbracci un po' a tutti, Giovanardi compreso. Confusa e felice: voto 6,5.

 

Matteo Renzi. Se ne sta alla larga dalle discussioni per molto tempo, lasciando che i parlamentari Pd se la sbrighino da soli. Quando il “tradimento” dei grillini si consuma, decide di intervenire preannunciando la mossa a sorpresa che risolverà la questione. Ma i tempi dell'elezione di Mattarella sono lontani e il premier ha poche cartucce a disposizione. Deve affidarsi ai voti di Alfano per far passare la legge, e concedergli più di quanto aveva previsto. Mentre la comunità Lgbt protesta per il cedimento, twitta un po' stonato: «Ha vinto l'amore». Fuori forma: voto 5.

 

Angelino Alfano. Non tocca palla per quasi tutta la partita. Quando è ormai pronto per andare sconsolato sotto la doccia, il M5s gli regala il migliore degli assist, un gol a porta vuota. Il suo sparuto gruppo al Senato diventa improvvisamente determinante. Incassa lo stralcio della stepchild adoption e la cancellazione dell'obbligo di fedeltà nella coppia di fatto. Poi dimostra di non saper vincere con dichiarazioni fuori luogo. Baciato dalla fortuna: voto 7-.

 

Roberto Calderoli. Il Senato è il suo habitat naturale. Calato a Roma con l'intento di distruggerla, ha finito per innamorarsi non solo della città, ma anche della politica romana e dei suoi meccanismi bizantini. Prima riversa sul ddl Cirinnà una valanga di emendamenti, ai quali il Pd risponde con il supercanguro Marcucci. Quando stanno per iniziare i giochi, ecco il colpo di genio. Ritira gran parte degli emendamenti, chiedendo al Pd di fare altrettanto con il canguro e soprattutto al M5s di essere coerente con il principio più volte sbandierato di non prevalicare mai il Parlamento. Il Pd tira dritto, ma i grillini a questo punto si smarcano. L'impressione è che Calderoli non sia animato dal furore ultracattolico di altri colleghi dell'opposizione, ma semplicemente dalla volontà “laica” di mettere in difficoltà il governo. Stratega: voto 8.

 

M5s. I grillini non ne azzeccano una. Dopo due anni di appoggio al ddl Cirinnà, a pochi giorni dal voto Grillo annuncia la libertà di coscienza. Ciononostante, il voto a favore sembra scontato, ma i senatori Cinque Stelle abboccano all'amo leghista e lasciano naufragare la legge per non cancellare le prerogative del Parlamento votando il supercanguro. Risultato? Il governo mette la fiducia e fine dei giochi. Inconsistenti: voto 4.

 

Sel. Se la legge alla fine viene approvata è anche, paradossalmente, merito dei pochi senatori di Sinistra, ecologia e libertà. Quando il M5s dichiara che non voterà il supercanguro Marcucci, il gelo cala sui banchi del Pd. Come pugili suonati, i senatori dem stanno per affrontare temibili voti a scrutinio segreto, fra i quali alcuni “controcanguri” della Lega che probabilmente affosserebbero per sempre la legge. Arriva però il soccorso “rosso” di Sel, che getta la spugna sul ring chiedendo e ottenendo un provvidenziale rinvio della discussione, salvo votare poi contro la richiesta di fiducia. Tempestivi: voto 7.

 

Giovanardi & Co. Più realisti del Re, sembrano vivere in un altro mondo e in un'altra epoca. Assoldati in una malinconica battaglia di retroguardia, non hanno la minima percezione del cambiamento in atto nella società e del loro compito, che è quello di normare questo cambiamento, dargli un senso a livello legislativo. Si impegnano al contrario a procastinare il più possibile il fatidico momento dell'approvazione della legge, che invece passa, come ne passeranno prima o poi altre ben più radicali. Talebani: senza voto.

di Andrea Piccoli
 





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