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CULTURA

 

02-03-2016

Safa e la sposa bambina: un viaggio nella Siria delle spose bambine violate

Al Teatro Palladium di Roma è andata in scena la prima nazionale dello spettacolo scritto e interpretato da Isabel Russinova


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Come si riesce a portare in scena la disperazione, il terrore, l’odore acre del sangue delle bambine violate, il rumore devastante dei colpi di kalashnikov che dilaniano i corpi? Isabel Russinova ci ha provato e ci è riuscita, in un monologo che commuove e convince. Chiave di volta della narrazione è una favola che accompagna le due protagoniste durante la loro reclusione, una storia raccontata da Safa, una donna derubata della serenità e della libertà, ad Awa, una bambina alla quale è stata negata l’infanzia, l’istruzione, il futuro. Prima di essere rapita dagli “uomini neri”, Awa aveva visto un altro uomo prendere possesso della sua fanciullezza, fanciullezza barattata dalla sua famiglia in cambio del vile denaro, in prospettiva di un futuro migliore.

 

“Uno c’era, l’altro non c’era, eccetto Dio. Solo lui c’era. È così che cominciano le favole dell’Oriente”. E così comincia anche il racconto della storia di Safa e Awa, con Safì e Pakì, l’airone dalle piume rosate e il pesciolino argentato che insieme sognano in un luogo martoriato dalla devastazione perpetrata dall’uomo. Siamo in un villaggio della Siria devastata dalla guerra e dall’arrivo degli “uomini neri”, come vengono chiamati i militanti dell’Isis. Safa – interpretata da Isabel Russinova - è una donna che ha visto distrutta la sua famiglia a colpi di kalashnikov; rapita e divenuta schiava degli uomini dell’Isis, incontra Awa – intrepretata dalla piccola Camilla Coscarella - e altre donne e bambine che condividono con lei la prigionia e il terrore. Il rapporto tra le due figure femminili diventa sempre più intenso, le giornate passate al buio di quel bunker infernale sono allietate soltanto dal racconto della storia di Safì e Pakì. Safì e Pakì come Safa e Awa, un’assonanza non soltanto nel nome della prima ma anche nelle loro storie. Il racconto di Safa è l’unico modo per far spiegare le ali alla piccola Awa e illuminarla nuovamente con quella luce che soltanto i bambini possiedono. In un crescendo di emozioni, Safa grida, piange raccontando il maledetto viaggio durante il quale ha visto trucidata la propria famiglia e si strugge quando ricorda la sorte toccata ad un’altra bambina reclusa che ha visto la morte per mano della bramosia e della brutalità degli uomini neri. Ma l’epilogo dimostra come l’uomo non sia fatto solo per soffrire e perire e la speranza nel futuro non può essere infranta dai colpi di kalashnikov.

 

Isabel Russinova ha colto una sfida difficile, quella di rendere palpabile e percepibile un tema che agli occhi  dell’Occidente è ancora invisibile e troppo trascurato. La scelta registica di Rodolfo Martinelli Carraresi di adottare uno stile asciutto – ma avvalendosi a tratti di uno stile figurativo e rappresentativo per “illuminare” solo alcuni precisi passaggi della storia – è molto incisivo, come è incisivo il testo originale scritto dalla stessa Russinova. Lo spettacolo è prodotto dall' Ars Millennia Production, casa di produzione dello stesso Carraresi, con la partecipazione dell'Università di Roma Tre e l'Associazione culturale Bravò, avvalendosi del patrocinio di Amnesty International e l'Accademia Tiberina di Roma.

di Clara Pellegrino
 





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