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CULTURA

 

21-03-2016

'Sono nata il 21 a primavera': in ricordo di Alda Merini, poetessa folle d’amore

La sua poesia, 'una gruccia' scritta con i colori del cielo


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«Sono nata il ventuno a primavera ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle, potesse scatenar tempesta». Si auto presenta così Alda Merini, nata a Milano il 21 marzo del 1931, la poetessa folle d’amore e di vita che aveva trovato «i suoi versi intingendo il calamaio nel cielo». Quella piccola «ape furibonda», come la definiscono le sue 4 figlie, «che con la sua vita difficile e la sua opera sofferta ha segnato la storia culturale non solo di Milano». E già. Perché Alda la vita «l’ha goduta tutta» nonostante gli anni trascorsi in manicomio: «la vita è spesso un inferno, per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara».

  

La poesia fa irruzione nella sua vita di ragazza di umili origini all’età di 15 anni nonostante la bocciatura in italiano al Liceo Manzoni. Da allora non l’ha più abbandonata diventando un’ancora di salvezza nel continuo andirivieni da cliniche psichiatriche. Una «gruccia» capace di tenere su il «suo scheletro tremante»: «Se la mia poesia mi abbandonasse come polvere o vento, io cadrei a terra sconfitta», dice Alda Merini della sua arte, un dono sublime frutto di una sconfinata sensibilità: «Ho bisogno di poesia, questa magia che brucia la pesantezza delle parole, che risveglia le emozioni e dà colori nuovi». Continua la ricerca d’amore nelle sue opere («forse perché non l'ho avuto lo canto tanto») che si alterna al costante occhio di riguardo nei confronti degli ultimi: «Ma l’amore della povera gente brilla più di una qualsiasi filosofia. Un povero ti dà tutto e non ti rinfaccia mai la tua vigliaccheria».

  

Rime graffianti, «alacri come il fuoco», ma così soavi quelle di Alda Merini che racchiudono in sé la vita stessa fatta di contraddizioni, di gioia e inquietudine, di luce e di buio. Di quel buio tanto caro ai poeti che come «falchi o usignoli lavorano di notte quando tace il rumore della folla e termina il linciaggio delle ore». E non c’è miglior interprete della vita del poeta che «raccoglie i dolori e sorrisi e mette assieme tutti i suoi giorni in una mano tesa per donare, in una mano che assolve perché vede il cuore di Dio». Un Dio a volte lontano ma comunque un Dio d’amore: «Appari e dispari come un luogotenente del destino. Perderti è come perdere la speranza ed io ti ho perduto non una ma un milione di volte e ritrovarti è come sorgere dall’eterno peccato per vedere le falle della vita».

 

 «La gente non sogna più, non ha più tempo», dichiara la poetessa dei Navigli in una delle sue ultime interviste. Ma la poesia non passa mai di moda. È sempre un rifugio attuale sembra dirci Alda Merini: «Pensate che potete camminare su di noi (i poeti, ndr) come su dei grandi tappeti e volare oltre questa triste realtà quotidiana».

 

 

 

di Valeria De Simone
 





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