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ESTERI

 

22-03-2016

Attentati Bruxelles: perché la sicurezza europea vacilla e la minaccia terroristica avanza?

Parla il premier Renzi: 'i nemici sono già dentro le nostre città'


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Mentre il cuore va al ricordo delle stragi di Parigi, l'Europa torna a tremare e la mente si interroga sulla sicurezza futura. Questa volta, però, il Califfato punta ancora più in alto e colpisce Bruxelles, la casa dell'Unione, luogo in cui hanno sede le principali istituzioni europee: il Consiglio, la Commissione, e il Parlamento. E se i valori e le nostre fondamenta, il progetto dell'Europa unita, cominciano a vacillare è forse giunto il momento di chiedersi quanto questa Ue sia in grado di rispondere alla minaccia terroristica. Il tempo delle scelte difficili è venuto. 

 

Finora abbiamo assistito alle discussioni fra gli Stati nazionali sulla sicurezza esterna e interna all'Europa. Sentiamo parlare di grandi piani dell’intelligence, del controllo delle frontiere dell’Ue, del da farsi su Schengen, ma quello che è successo a Bruxelles è il chiaro segnale di quanto la linea adottata dall'Unione europea si sia dimostrata debole e fallimentare. L’aeroporto Zaventem, il punto di convoglio e di smistamento di molti voli intercontinentali, stamani è stato colpito. Com'è potuto succedere? La prima considerazione da fare riguarda proprio l'Europa. Ciò che manca in questo momento è una visione strategica comune del Mediterraneo allargato; premessa necessaria per far fronte alla minaccia terroristica. Quello che serve è una difesa europea e una politica di sicurezza seria, comune a tutti gli Stati membri. Ogni segno di distrazione, disattenzione, sottovalutazione dei rischi avrebbe come risultato il medesimo fallimento di Bruxelles e di Parigi; esempi palpabili delle falle dei sistemi di sicurezza adottati finora. Il motivo è semplice.  

 

Per molti anni, da quel lontano 2001, anno dell'attacco alle Torri Gemelle, la strategia adottata è stata sempre quella dell'individuazione del nemico all'esterno dei confini europei; quindi in Afghanistan, in Libia, in Somalia, in Siria e così via dicendo. Sono stati quindici anni di una guerra che non si è combattuta sul fronte interno, vale a dire proprio in Europa, bensì all'esterno. E ora dobbiamo fare i conti con ciò che abbiamo trascurato. A tal proposito parla Matteo Renzi, in una dichiarazione a Palazzo Chigi: "Chi oggi offre soluzioni miracolistiche non si rende conto di quanto sarà lunga questa situazione. Chi si illude e dice 'chiudiamo le frontiere' non si rende conto che i nemici sono già dentro le nostre città". Siamo di fronte a cellule terroristiche che agisco da diverso tempo sul territorio europeo, in maniera infiltrata, nonostante vi sia una matrice esterna che detti gli ordini: lo Stato Islamico, macchina di questo sistema. I fatti di Parigi ne sono la riprova: non dimentichiamoci che la maggior parte dei terroristi erano cittadini nati e cresciuti sotto il cielo della nostra Europa, erano europei tanto quanto noi. Dunque, come dovrebbe gestire questa situazione l'Unione?

 

Innanzitutto non dobbiamo dimenticarci di come la guerra del Califfato ponga le sue origini in un conflitto civile interno al mondo musulmano, tra sciiti e sunniti. Si tratta di individuare un percorso politico e culturale, che abbia come meta finale la kantiana civiltà cosmopolitica. Dunque, l'Europa non dovrebbe più porsi il problema di chi attaccare al di fuori dei suoi confini, bensì come risolverlo al suo interno, cercando di reagire in maniera mirata senza criminalizzare un'intera comunità che non c'entra nulla. Il rischio è quello di generare nuove ondate di odio e di terrorismo.

 

 

di Giulia Bordini
 





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