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SPORT

 

31-03-2016

Bob Lovati, il ‘signore’ del calcio italiano nel ricordo della gente

Distinto, gentile, amichevole. Amava infinitamente la Lazio ma anche quando ne parla non usciva mai fuori dalla sua naturale compostezza


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Oggi, al Cristo Re di Roma si celebrerà una messa commemorativa per Giorgio Chinaglia in cui verrà ricordato anche Bob Lovati. Il 30 marzo ricorreva il quinto anniversario dalla morte di una personalità che definire ex "portiere" biancoceleste sarebbe troppo  limitativo. Dei 111 anni di storia del club ne ha cavalcati ben 56, vestendo dopo i panni del portiere prima quelli dell’allenatore e poi del manager. E in quei 56 anni di Lazio è passato di tutto, dalle gioie degli scudetti e di altri trofei alzati, ai momenti bui del calcio scommesse, delle retrocessioni in B e dello spettro del fallimento. Lovati è sempre stato lì, al fianco della squadra. Impensabile per lui andare altrove, anche se le occasioni non gli sono certo mancate, ma ovunque si sarebbe sentito fuori luogo. Tra le tante espressioni a lui dedicate, le parole di Delio Rossi, il giorno dei funerali, sono tra quelle più esemplificative del suo carattere: "Arrivava sempre nei momenti di difficoltà, non per dare consigli, ma per far vedere che lui c'era. Formello era casa sua ma entrava sempre in punta di piedi". 


Di lui tanto si è detto, dai compagni di squadra, agli allenatori, ai giocatori passati per Formello, ciascuno ha dato intense e commoventi testimonianze, aneddoti che hanno ricomposto i puzzle di una personalità carica di grande umanità e simpatia. Ma altrettanto bello è il ricordo della gente comune, che magari lo incontrava tutti i giorni dalle parti di casa. Il ricordo di chi lo scrutava in silenzio con curiosità e ammirazione o di chi rompeva gli indugi e non perdeva occasione di fermarlo per strappargli aneddoti e curiosità. Dal calzolaio di Ponte Milvio e i suoi amici, al macellaio di Corso Francia, per arrivare al cinquantenne di oggi che per una vita lo ha incrociato per le vie del Fleming, a prescindere dalla fede calcistica, tutti lo ricordano come un "gran signore", un signore d'altri tempi. Attraevano la sua figura longilinea, dritta, l'eleganza sobria, i modi garbati e affabili, l'umiltà e la semplicità che ne esaltavano i modi signorili.


Di lui queste persone dicono che mai si sottraeva dallo scambiare due chiacchiere con quanti lo fermavano o a ricambiare con un sorriso i tanti volti estranei che ogni volta lo salutavano. Si parlava di tutto con Lovati ma il discorso finiva sempre e inevitabilmente per essere portato, dall’interlocutore di turno, sul calcio e quando parlava della sua Lazio gli occhi si illuminavano e anche nel tono della voce si percepiva un entusiasmo e una partecipazione diversa, ma non usciva mai fuori dalla sua naturale compostezza. Con lui non esistevano toni accesi da bar, riusciva a mantenere la sua innata eleganza pure quando parlava di uno degli sport più maschi del mondo. Così lo ricorda Silvio, calzolaio prima a Vigna Clara e poi a Ponte Milvio.

 

Lovati è stato per diverso tempo suo cliente e una volta che Silvio gli fece un prezzo di favore, per ringraziarlo si presentò qualche giorno dopo con una maglia della squadra. Ma più di quella maglia conservata come una reliquia, per Silvio, laziale verace, sono proprio quelle chiacchierate il ricordo più bello di Lovati, perché lui era la storia della Lazio e come da un cilindro magico, la sua memoria evocava ricordi e personaggi che sembravano materializzarsi davanti agli occhi per un modo tutto suo di tratteggiarli ma sempre con discrezione e rispetto. Da Maestrelli a Delio Rossi, dai bei tempi andati a quelli recenti, la Lazio non aveva segreti per lui ma guai a credere che gli si potesse tirare fuori un qualsiasi scoop.

 

Dalla sua bocca mai è uscito un pettegolezzo, una parola fuori posto o contro qualcuno ma solo preoccupazione, soprattutto negli ultimi tempi, perché avvertiva che i tifosi si stavano disamorando della squadra e questo era deleterio soprattutto per i giocatori, per i quali il sostegno dei supporter è linfa vitale. Per questo lo esortava sempre ad andare allo stadio. Perché voleva che la bandiera di quella squadra avuta in eredità da Sentimenti IV, un altro mito della lazialità, continuasse a sventolare alta nel cielo celeste come la sua maglia.

 

di Stefania D'Agostino
 





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