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04-04-2016

Il derby scomparso, tifosi rimasti fuori

Derby di Roma, ultimo atto: il dominio giallorosso nel deserto dell'Olimpico


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Tutto, prima o poi, deve finire. Anche ciò che sembrerebbe invece destinato a restare immutabile. E la sensazione che il Lazio-Roma di ieri potrebbe essere stato, in un certo senso, l'ultimo derby, è forte, fortissima. Per quello che si è visto sul campo e sugli spalti, per ciò che il derby significava e che da ieri, forse, non è più.

 

Vedere l'Olimpico semi-deserto è qualcosa cui ormai il pubblico di Roma è abituato. La sempre più discussa (e discutibile) introduzione delle barriere che dividono la Curva Nord e la Curva Sud ha portato i tifosi giallorossi e biancocelesti a disertare lo stadio praticamente dall'inizio della stagione, e con la minaccia di farlo ad oltranza. O, almeno, fino a che le barriere non saranno rimosse. Un braccio di ferro che vede le due parti in causa (istituzioni e tifoserie) saldissime sulle proprie posizioni e per nulla intenzionate a venirsi incontro. Il risultato è quello che ieri si è potuto “apprezzare” all'ennesima potenza. Una partita che solo fino a qualche anno fa trasformava l'Olimpico in una vera e propria bolgia giocata invece sullo sfondo di uno stadio predominato dal blu dei seggiolini, invece che dal giallorosso e dal biancoceleste degli stendardi, delle maglie e delle sciarpe. Uno spettacolo desolante, ma anche, forse, qualcosa cui il pubblico di Roma dovrà abituarsi. Qualcosa che ha contribuito in buona parte a rendere quella di ieri una partita normale, e non più uno di quei derby da tutto esaurito, da pelle d'oca e brividi lungo la schiena.

 

La sensazione che quella di ieri sia stata una partita normale, e non più un derby, è poi rafforzata da ciò che si è visto sul rettangolo verde. Non una partita tirata, tesa, tra due squadre che sanno di essere rivali e avvertono questa rivalità, ma semplicemente una partita tra una squadra più forte ed una inferiore, dal punto di vista dei valori tecnici. Una partita tra una squadra in forma ed in corsa per centrare un obiettivo che sembrava irraggiungibile fino a Gennaio, ed una ormai fuori da tutto, privata di qualsiasi ambizione che non fosse quella (più dell'ambiente che dei giocatori, invero) di imporsi nell'unico match che potesse contare ancora qualcosa da qui alla fine della stagione: la supremazia cittadina.

 

Aspettativa disattesa. Perchè, alla fine, in una partita normale, ineluttabilmente, sono i valori tecnici ad emergere. E quindi, alla fine, succede che la Roma ne fa quattro e ne prende uno solo perché il suo portiere decide che è giunto il momento di movimentare un pomeriggio fin lì per lui evidentemente noioso, e di dare la possibilità alla Lazio di reagire (più di pancia che di testa) mettendo in difficoltà i giallorossi per una manciata di minuti, fino a quando, cioè, Florenzi non chiude i giochi con un gol dei suoi. Si dice (o si diceva) che, nei derby, e specialmente in quelli di Roma, spesso fosse la squadra fin lì più in difficoltà a riuscire a trovare gli stimoli necessari ad imporsi sull'avversaria, magari protagonista di una stagione più brillante.

 

In un, derby, però. Non certo in una partita come tutte le altre. Una partita che, perdipiù, ha visto gli ultimi simboli della romanità giallorossa (quelli biancocelesti si sono eclissati da tempo) accomodarsi in panchina e lì restare fino al triplice fischio. Totti e De Rossi, spettatori non paganti di un trionfo che ha visto l'orgoglio romano scendere in campo solo con Florenzi, fascia di capitano al braccio e nessuno dei comportamenti comuni invece a Capitano e Capitan Futuro, che il derby hanno dimostrato a più riprese di sentirlo eccome, sfoggiando spesso prestazioni al di sotto dei loro (straordinari) standard.

 

Qualche anno fa, Claudio Ranieri sostituì entrambi, nervosi e sottotono, all'intervallo di un derby fondamentale, fin lì in bilico, e infine vinto. Ieri è stato il turno di Luciano Spalletti escludere due dei protagonisti più attesi. Che dalla panchina hanno comunque festeggiato, a modo loro: De Rossi con le solite corse scatenate ad abbracciare, nell'ordine, il Faraone ritrovato, il Cigno di Sarajevo, CapitanFuturo 2: la Vendetta e il tangueiro Perotti; Totti, invece, con applausi e qualche lacrima trattenuta a stento, verso la fine del match. Immagini di una stagione che li ha visti protagonisti meno di altri. Immagini di un derby che, forse, ha vissuto ieri l'ultimo atto di una storia bellissima.

 

Una storia che si chiude con una Roma che torna a volare verso quelle posizioni di classifica che ormai da tre anni sono il suo terreno naturale (con la sola, infelice parentesi degli ultimi mesi della gestione Garcia), e la Lazio che esonera un allenatore tanto capace (i risultati raggiunti in Europa League parlano per lui) quanto costretto a fare i conti con una società che lavora in modo discutibile ed una squadra non all'altezza delle ambizioni dei suoi tifosi. Una squadra che, da ieri, pomeriggio, non è neanche più sua. Toccherà infatti ora a Simone Inzaghi fare non si sa bene cosa. Forse salvare la faccia, recuperando almeno i punti che separano i suoi dal terribile Sassuolo. Mentre Luciano Spalletti, da Trigoria, se la ride, conscio di aver fatto un passo importante in chiave corsa al secondo posto, anche e soprattutto alla luce delle sconfitta rimediata dal Napoli. Roma e Lazio, forse, mai così distanti, in tempi recenti. E non solo in classifica.

di Flavio Del Fante
 





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