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CRONACA

 

15-04-2016

Doina Matei: quel sorriso condannato che fa invocare la pena di morte

La semilibertà ottenuta da Doina, in carcere per l'omicidio di Vanessa Russo, è stata sospesa


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Un sorriso, in contrapposizione al dolore di una famiglia che piange la scomparsa della figlia. Il sorriso e la semilibertà riconquistata di Doina Matei, in contrapposizione alla morte di Vanessa Russo. Era il 2007, quando la punta di un ombrello penetrò nell’occhio di Vanessa causando la rottura di un’arteria cerebrale, e a sferrare il colpo fu proprio Doina Matei; è il 2016 quando una bomba mediatica fatta di insulti, indignazione, e contornata dall’invocazione della pena di morte, esplode nella vita di Doina, proprio quando, dopo aver scontato nove anni di carcere, ha ottenuto la semilibertà. Ora, quest’ultima è stata sospesa per un provvedimento del giudice di sorveglianza: Doina torna in carcere e tutti sono più tranquilli.

 

Tutto ha inizio da un social network, Facebook: Doina Matei, condannata per l'omicidio consumatosi nella metro di Roma, pubblica delle foto che la ritraggono sorridente in varie circostante, il suo profilo viene notato e un giornale pubblica un articolo. Da qui, esplode la bomba mediatica. Quel sorriso fa il giro del web, la sua felicità viene considerata come un’ingiustizia verso il dolore di un padre e una madre che hanno perso la loro figlia, così i “giudici improvvisati” del popolo del web cominciano a far piover insulti su Doina. Quest’ultima perde la sua semilibertà: Doina sarà un’assassina a vita? L’espressione di felicità infangherebbe il ricordo di Vanessa, quelle foto sono come una “pugnalata”, tanto da far dire al padre della ragazza uccisa, Giuseppe Russo, che per Doina ci vorrebbe la pena di morte.

 

Vanessa Russo non doveva morire, mentre Doina Matei? I commenti parlano chiaro, l’opinione pubblica si schiera contro quella “rumena”, messa alla gogna, che ha ucciso la ventitreenne nella metro di Roma, e a lei non resta che sprofondare nel disprezzo e nella reputazione (a vita) di assassina e killer. Tutto ciò trova terreno fertile nei sentimenti irrazionali, nelle reazioni istintive, poiché, a tutti fa rabbia la storia di Vanessa Russo, e nessuno potrà mai capire il dolore profondo che scuote la sua famiglia. C’è qualcosa, però, oltre l’istinto, oltre l’irrazionale. Forse, ci si dovrebbe soffermare sul significato del carcere e della pena di reclusione. L’articolo 27 della Costituzione afferma che: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Rieducacare: sì, è questa la parola chiave, educare nuovamente. Il carcere, dunque, non può essere inteso come un grande contenitore dove confinare nell’oblio, ed emarginare, tutti coloro che si sono macchiati di gravi colpe.

 

Il carcere non deve essere un punto di arrivo, bensì, un luogo di transito: era il 1764 quando, Cesare Beccaria scriveva, nel suo “Dei delitti e delle pene”, che il fine della pena «Non è altro che quello d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi concittadini e di rimuoverne gli altri dal farne di eguali». Questo è anche il senso della pena di Doina. La domanda che rimane è perché quelle foto abbiano fatto scoppiare così tanta indignazione: forse, Doina Matei è la prima condannata ad aver scontato la sua pena e a intraprendere il reinserimento all’interno della società? Prima o poi doveva accadere, prima o poi sarebbe tornata a sorridere.

di Giulia Morici
 





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