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POLITICA

 

26-04-2016

Il caso Davigo, politici e magistrati rimettono i guantoni

Le parole del nuovo presidente dell'Anm infiammano il dibattito fra giustizialisti e garantisti


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«Non esistono innocenti, esistono solo colpevoli non ancora scoperti». Certo non deve essere stato facile per nessuno trovarsi di fronte come magistrato inquirente Piercamillo Davigo, neopresidente dell'Associazione Nazionale Magistrati che ha ribadito in questi giorni le sue idee piuttosto radicali sulla giustizia. Uno dei componenti del famoso pool che diede vita all'inchiesta Mani Pulite nei primi anni Novanta, Davigo è rientrato con decisione nel dibattito pubblico rilasciando una serie di interviste nelle quali, come previsto, non ha concesso nessuno sconto al sistema politico italiano. Se la frase già citata rivela un'idea della giustizia al limite del kafkiano, dove il malcapitato imputato non sa neanche da quale accusa deve difendersi, quella che ha acceso gli animi è invece la seguente: «I politici non hanno mai smesso di rubare, hanno soltanto smesso di vergognarsi».

 

La dichiarazione di Davigo ha suscitato ovviamente la reazione di buona parte della politica, dal Pd a Forza Italia, dal Nuovo Centrodestra a Scelta Civica. Perfino Matteo Salvini, pur dichiarandosi sostanzialmente d'accordo con il magistrato, lo ha allo stesso tempo rimproverato per la sua tendenza a «generalizzare». Un termine che fa sorridere in bocca al segretario della Lega Nord. Solo il M5S ha apprezzato appieno le parole di Davigo. Il leader in pectore Di Maio non ha potuto fare a meno di difenderlo dalle grinfie del Pd: «Gli esprimo la mia solidarietà. Il Pd attacca un magistrato che nessuno può smentire».

 

Davigo ha lamentato in particolare l'effetto dell'azione legislativa sull'organizzazione della giustizia, accusando i politici di destra e di sinistra di voler ostacolare ad ogni costo il lavoro dei magistrati: «L’unica differenza fu che la destra le fece [le riforme] così grosse e così male che non hanno funzionato; la sinistra le fece in modo mirato». Una strada intrapresa anche dal governo in carica presieduto da Matteo Renzi: «Fa le stesse cose. Aumenta le soglie di rilevanza penale. Aumenta la circolazione dei contanti, con la scusa risibile che i pensionati non hanno dimestichezza con le carte di credito; ma lei ha mai visto un pensionato che gira con tremila euro in tasca?». Alla domanda se notasse differenze con i governi precedenti, in particolare quelli guidati da Silvio Berlusconi, Davigo risponde: «Qualche differenza di linguaggio, ma niente di più: nella sostanza, una certa allergia al controllo di legalità accomuna un po’ tutti».

 

E di fatto la differenza nei toni è stata evidente anche in questa occasione. Il premier Renzi, per convincimento personale o per questioni di opportunità, ha scelto il basso profilo, girando al largo dalle polemiche e allontanandosi dal modello iperconflittuale incarnato in passato da Berlusconi. Si è limitato infatti a dire che «i politici parlano attraverso le leggi e i magistrati attraverso le sentenze». Di fatto un'utopia, perché tutti parlano di tutto e in continuazione, nel costante tentativo di scavalcare le prerogative altrui. Un po' di silenzio non guasterebbe, tranne che si tratti di imputati perché, come ricorda Davigo in barba a qualsiasi principio di garantismo, «nessuno viene messo dentro per farlo parlare; viene messo fuori se parla, che è una cosa diversa».

di Andrea Piccoli
 





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