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POLITICA

 

11-06-2016

Costituzione tra sì e no. La nostra è la più bella?

A lezione di democrazia e di referendum sulla riforma costituzionale con Marino, Visone e Marconi


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Nemmeno il tempo di archiviare il capitolo "elezioni comunali" che già incombe sugli italiani un’altra scadenza politica: il referendum sulla riforma costituzionale. Sì, saranno loro, i cittadini, il 16 o il 23 ottobre prossimo, a decidere le sorti della Costituzione approvando o meno quanto contenuto nel ddl Boschi. E trattandosi di un referendum confermativo non ci sarà bisogno di raggiungere il quorum. Anche in caso di scarsa affluenza alle urne basterebbe, infatti, un solo voto per far valere le ragioni di uno su quelle dell’altro schieramento. Ma l’alternativa è secca: o sì o no. Nessuna via di mezzo, nonostante la legge consti di vari punti. O si approva o si respinge per intero.

 

Insomma, un «gran caos». Definisce così la riforma il professor Tommaso Visone docente alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa intervenuto ieri al centro culturale Mitreo del quartiere Corviale a Roma durante "La più bella? Costituzione tra sì e no", un incontro di approfondimento organizzato dall’associazione Parte Civile. Schierandosi per il no («Solo spacchettando la riforma si potrebbe votare sì per alcuni punti»), Visone ha sottolineato come l’Italia sia lo Stato con il maggior numero di leggi al mondo. Ma non solo. Il nostro Paese avrebbe il primato anche per il numero di leggi fatte dal Governo anziché dal Parlamento. «La riforma che facciamo ci aiuta a contrastare questa cosa? No, perché rafforza ancora di più l’esecutivo. Mi chiedo in che direzione stiamo andando».

 

A questo c’è da aggiungere il fatto che la riforma «è scritta molto male, è confusa e non si applica alle Regioni con statuto speciale». Poi, citando Tocqueville, Visone avverte: «I cittadini sono liberi solo nel momento delle elezioni e dopo tornano schiavi». Ma la nostra Costituzione è davvero la più bella del mondo come dice Roberto Benigni? Se diamo uno sguardo ai principi fondamentali parrebbe proprio di sì. Diritto al lavoro, sovranità popolare, pari dignità sociale, libertà religiosa, ripudio della guerra e tutela della cultura fanno respirare aria di democrazia. Di quel «bene delicato», così lo definiva Tina Anselmi, «fragile, deperibile che attecchisce solo in certi terreni». La democrazia, sosteneva la prima donna ministro della nostra Repubblica, «non è solo libere elezioni ma giustizia, tranquillità per i vecchi e speranza per i figli».

 

In questo senso la Costituzione, come diceva Piero Calamandrei «è in parte una realtà e in parte un programma. La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità». E noi (italiani) abbiamo il dovere, di non tradire i nostri morti. «Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa Costituzione. Dietro a ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento».

 

Ciò non toglie però, ha fatto presente Pio Marconi, docente di Sociologia del diritto alla Sapienza di Roma, che la nostra Costituzione, pur contenendo principi di giustizia sociale, sia frutto di una mediazione, non solo tra la Sinistra e la Democrazia Cristiana ma anche con quei burocrati che provenivano dal Fascismo. «Si impedisce il prevalere degli schieramenti ma si inserisce la volontà dei vecchi ceti. Sono per il sì -ha spiegato il professore- perché le correzioni che fa questa riforma consente alla maggioranze che si formano di scegliere, di prendere decisioni e di dare voce a chi non trova giustizia per via delle politiche della mediazione».

  

E a intervenire ieri sulla questione anche l’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino. «Bisognerebbe votare no alla riforma non tanto sui contenuti quanto sul metodo. Ci sono tante cose che devono essere corrette. Non sarebbe meglio applicare un metodo più ragionato?», si chiede l’ex primo cittadino che si affida alla metafora del chirurgo. Un chirurgo lento, spiega, in alcuni casi, opera meglio. Controlla tutto preventivamente e non rischia di intervenire anche dopo. Poi la stoccata a Renzi, presidente del Consiglio «non eletto che fa una riforma e ce la propone sotto forma di referendum». Forse, conclude, «bisognerebbe applicare meglio quello che già abbiamo». Agli italiani l’ardua sentenza.

 

 

di Valeria De Simone
 





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