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ESTERI

 

27-06-2016

Riconciliazione Turchia-Israele, domani l'accordo

A sei anni dall'incidente la firma, ora le ripercussioni in Medioriente


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Domani, 28 giugno, diventerà finalmente realtà la riconciliazione tra la Turchia e Israele. Lo ha annunciato il primo ministro turco, Binali Yıldırım, ad Ankara e Benjamin Netanyahu, premier israeliano, ha fatto lo stesso a Roma. Un accordo importante, la fine di una crisi diplomatica che va avanti da sei lunghi anni che ha come protagoniste due realtà statali site in una delle realtà geopolitiche più difficili e ad un passo dall’Europa. La base è di ovvia natura economica, visti i già progettati accordi in ambito economico e militare, motore della riconciliazione. Si tratta di due stati a cui può essere recriminato molto in ambito interno ed estero, guidati da personalità che non disdegnano atti poco condivisi dall’opinione pubblica, dunque gli accordi pregressi sono subito saltati all’occhio della cronaca. Ad ogni modo un traguardo importante dall’uccisioni dei sei attivisti turchi del 2010.

 

L’antefatto risale alla fine di maggio 2010: la Freedom Flottilla, un convoglio composto da sei navi cargo con a bordo un’ingente quantità di aiuti umanitari trasportati da attivisti provenienti da almeno quaranta stati diversi, venne intercettato, fermato ed abbordato in acque internazionali dalla marina israeliana. A capitanare la “piccola flotta” era la Mavi Marmara, nave turca, principale oggetto del fermo israeliano. Il blocco di Israele non venne neanche scalfito, nove attivisti filopalestinesi turchi persero la vita, l’incidente diplomatico fu inevitabile e da lì l’inclinarsi dei rapporti fra lo stato ebraico e la Turchia, accompagnato da proteste negli stati coinvolti e in Palestina.

 

L’accordo raggiunto porterà ad un versamento di venti milioni di dollari da parte di Israele per le vittime dello scontro avvenuto nel 2010 tra il convoglio internazionale e la marina israeliana. I rispettivi ambasciatori torneranno nelle rispettive sedi nello stato estero «prima possibile», a detta di Netanyahu. Riguardo gli aiuti, la Turchia potrà continuare a inviare aiuti umanitari, seppur non direttamente in loco, ma attraverso il porto di Ashdod, a circa 40 chilometri da Gaza. La nuova alleanza cambierà gli equilibri in Medioriente, principalmente riguardo la situazione in Siria: Bashar al-Assad, presidente siriano, si trova nella morsa creata dalla riconciliazione di due dei suoi principali nemici nell’intricata rete di alleanze nella zona.

 

Israele vede in Siria una buona occasione per espandere la propria influenza e per portare pressione ad Hezbollah, l’organizzazione paramilitare sciita libanese, appoggiati dall’Iran. La Turchia ha già perso la battaglia egiziana dopo la sconfitta dei Fratelli Musulmani in Egitto, ora si trova ai ferri corti anche in Siria dopo l’intervento russo contro i jihadisti. Erdoğan sta preparando un’offensiva ad Aleppo e l’aiuto israeliano potrebbe essere l’unica chiave per evitare la sconfitta. Gli accordi internazionali citati spostano l’ago della bilancia nel Medioriente, i prossimi mesi risponderanno agli interrogativi riguardo le ripercussioni di questi accordi e le conseguenti azioni degli stati coinvolti nella zona.

di Andrea Graziano
 





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