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02-07-2016

Italia-Germania: una partita e molto di più

Dal 1970 al 2016, una storia di trionfi azzurri e una nuova impresa da compiere


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In principio fu Italia-Germania, 4-3. “La partita del secolo”, come recita la targa affissa allo Stadio Azteca, arena di quell'epica contesa che vide prevalere l'Italia degli Zoff e dei Facchetti, dei Mazzola, dei Rivera e dei Riva. “ItaliaGermaniaquattroatre, quasi uno scioglilingua, da riportare ciclicamente in auge quando si vuol parlare di letteratura, più che di calcio, tornando idealmente indietro nel tempo, a quel magico 1970 che quasi non importa aver vissuto davvero: grande è la potenza dei racconti, la vivacità di quei ricordi vecchi di decenni eppure così vividi, così vicini. “ItaliaGermaniaquattroatre”, lo sanno tutti.

 

Due urli nella notte. Due urli prorompenti, liberatori. Urli di uomini che corrono come invasati, scuotendo braccia, testa, cuore. Si chiamano Marco e Fabio, e corrono nelle calde notti di Madrid e Dortmund, a ventiquattro anni di distanza l'uno dall'altro: 1982, Italia-Germania 3-1 e siamo Campioni del Mondo. 2006, Italia-Germania 2-0, e Campioni del Mondo torneremo ad essere solo qualche giorno più tardi. Il fil rouge, però, è sempre quello: a cadere sotto i colpi di Marco Tardelli e Fabio Grosso sono ancora i tedeschi. Passano gli anni, i secoli, persino i millenni. Cadono i muri, cambia il mondo, ma una cosa resta, apparentemente immutabile. Ha a che fare con una sfera di cuoio e ventidue uomini che la rincorrono.

 

Ha a che fare con Italia-Germania. Deve essere una specie di maledizione, ma tant'è: per i tedeschi, quando c'è di mezzo l'Azzurro, si fa tutto nero. Poco cambia che alla fine di tutto ci sia il coro ritmato di una nazione intera o un uomo solo che si alza in piedi in tribuna, sventolando i pugni al cielo. Quelle voci, quelle mani, sono sempre italiane. Pizza, spaghetti, mandolino. Indigesti, per chi pure con le calorie non ci va di certo giù leggero. Italia-Germania, di punteggio mettete quello cui vi sentite più legati, poco importa. Italia-Germania è quasi sempre roba nostra.

 

Se sarà roba nostra anche stavolta, lo sapremo solo vivendo. Vivendo un match che, viste le premesse, sa già di impresa. Una di quelle neanche apparentemente neanche troppo programmate, se non fosse che dietro, sotto sotto, c'è invece tanto, forse anche tantissimo, per ciò che forse realmente vale la squadra Azzurra. Attesa oggi da una sfida decisamente più ardua di quella, combattuta e vinta, contro i pigri, stanchi mulini a vento iberici, finalmente caduti al cospetto del Don Chisciotte che siede sulla panchina azzurra e dei Sancho Panza che di azzurro indossano invece la maglia. Una maglia che oggi dovrà diventare armatura. Una corazza in grado di resistere ai colpi più duri, allo scontro frontale che il prode Don Chisciotte e i fidi Sancho Panza attende.

 

Perchè di fronte, questa volta, non ci sono semplicemente i tedeschi, ma c'è una Germania più temibile che mai. Campione del Mondo in carica e molto di più, se questo non volesse già dire abbastanza: una squadra sì di Panzer, ma di Panzer con un talento quasi sconfinato. Non più solo l'apparentemente indistruttibile Wermacht del passato, schierata immobile e minacciosa all'orizzonte, pronta a fare un sol boccone di chiunque, come acutamente fatto notare da qualcuno, ormai qualche anno fa, con la famosa frase “il calcio è un gioco semplice: ci sono ventidue uomini che rincorrono un pallone per novanta minuti, e alla fine vince la Germania” Giusto, Gary. Ma non ti pare di dimenticare qualcuno?

 

 Vignetta per gentile concessione di Dino Manetta

di Flavio Del Fante
 





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