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CULTURA

 

12-07-2016

Pablo Neruda, potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera

Nasceva oggi il premio Nobel per la letteratura che fece della poesia uno strumento di pace


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«Qui nell’isola il mare e quanto mare esce da se stesso in ogni momento, dice di sì, di no, di no, di no, di no, dice di sì nell’azzurro, nella spuma, nel galoppo, dice di no, di no. Non può stare tranquillo, mi chiamo mare, ripete battendo su una pietra senza ottenere di convincerla». È l’ode al mare di Pablo Neruda, poeta cileno, premio Nobel per la Letteratura, nato 12 luglio 1904. A sentirla recitare ci si sente proprio come una barca sbattuta qui e là dalle onde delle parole. La pensa così Mario, umile pescatore, abitante dell’isola che dà asilo politico al poeta perseguitato dal regime di Videla a causa della sua fede comunista, e che nel film Il Postino è interpretato da Massimo Troisi. 

 

Una metafora perfetta quella di Mario. Perché quando la spieghi la poesia diventa banale. «Meglio di ogni spiegazione», dice Neruda, «è l’esperienza diretta delle emozioni che può svelare la poesia ad un animo predisposto a comprenderla». La poesia è nutrimento. È un atto di pace. Il poeta stesso nasce dalla pace «come il pane nasce dalla farina». Così Neruda, contro la volontà del padre che la riteneva un’attività poco rispettabile, dà voce alla sua anima e al mondo attraverso versi liberi. Suoni e immagini sublimi che parlano d’amore, «onda più alta tra le onde» della vita, «corda dura che ci lega ferendoci». Non quello degli eroi quindi, ma quello degli esseri umani con le loro fragilità. «Ahi, vita mia, non solo il fuoco tra noi arde, ma tutta la vita, la semplice storia, l’amore semplice di una donna e d’un uomo uguali a tutti gli altri».

 

«Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera», scrive quasi profeticamente Neruda che di fronte alle contraddizioni della vita impugna l’arma della poesia. «Saprai che non t’amo e che t’amo perché la vita è in due maniere, la parola è un’ala del silenzio, il fuoco ha una metà di freddo». Con un linguaggio concreto, materiale, vivo, celebra tutto ciò che ci circonda. I fiori, gli animali, i corpi delle donne. Ogni cosa si fa umana. Anche la notte marina: «Chi sei? Notte dei mari, dimmi se la tua chioma scoscesa ricopre tutto questo deserto, se è infinito questo spazio di sangue e praterie. Dimmi chi sei? Piena di navi, piena di lune che stritola il vento, signora di ogni metallo, rosa della profondità…»

 

Un poeta più vicino al sangue che all’inchiostro, lo definisce Lorca. Così Neruda, dotato di un «cuore singolare» e di «sogni funesti», si fa cantore delle piccole cose. Della vita e della morte. Delle notti «di sostanza infinita», del brusio del giorno «che brucia con sacrificio», della donna silenziosa e assorta, del sole «che ogni cosa abbraccia», dell’«ala nera» della tristezza. Piccole cose fatte di parole semplici ma evocative. Di metafore ardite. «Lascia che ti parli pure col tuo silenzio chiaro come una lampada, semplice come un anello», dice il poeta. E noi, come Mario, il suo postino, non possiamo fare a meno di ascoltarlo rapiti dalle sue parole fatte di brezza marina.

 

di Valeria De Simone
 







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