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SCIENZE E TECNOLOGIA

 

11-08-2016

Snapchat e le accuse di razzismo: tanto rumore per nulla

Snapchat accusata di razzismo per un filtro dai tratti orientali


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Venti inneggianti alla tempesta si abbattono su Snapchat. Di nuovo. L’app di messaggistica istantanea, che permette di inviare messaggi di foto, video e testo da visualizzare solo per pochi secondi, divenuta una tra le più popolari, ricade nelle accuse di razzismo. Complice un filtro rappresentate un omino con cappello a cono di paglia, accusato di veicolare in termini di “sfottò” il prototipo asiatico, e il popolo degli utenti si è scatenato. I filtri nell’applicazione cambiano spesso e nell’arco della stessa giornata. In breve tempo, teste di cane e di gatto, dolci musetti da animale e corone di fiori hanno fatto innamorare gli utenti che non si stancano di riproporli, immortalando momenti. Ma quando ci si è trovati davanti a un filtro che deforma il viso con grandi guance e occhi a mandorla, quasi all’unisono gli utenti hanno gridato al razzismo.

 

I fulmini su Snapchat cadono da Twitter, dove gli utenti si sono rifugiati per far sentire la loro voce. Immediata la risposta del team, che ritira il filtro promettendo di non rimetterlo più in circolazione e si difende, dichiarando che i personaggi che affollano l’applicazione non sono nient’altro che una rappresentazione a scopo ludico e disimpegnato, senza alcuna malizia. 

 

Non è la prima volta che il team di Snapchat viene “richiamato all’ordine”, poiché solo qualche mese fa, la medesima polemica aveva investito l’app. In occasione della celebre festa del 20 aprile, giorno in cui si celebra la marijuana, Snapchat pensò ad un regalo tagliato su misura per la ricorrenza: gli utenti potevano trasformarsi in Bob Marley. Ma se il figlio di Bob, Rohan Marley, sembrò divertirsi ad usare il filtro, stessa cosa non poté dirsi per altri utenti, che sollevarono il paragone tra il filtro e la “blackface”, la caricatura usata un tempo in teatro che consisteva nel dipingersi il volto di nero per divertire i bianchi. 

 

Ma quando e perché il team Snapchat rimuove un filtro? Ne abbiamo parlato con Gabriele CarrieriDigital Product Manager: «Il team fa aggiornamenti quotidianamente, i filtri sono cambiati ogni giorno, quindi se arrivano delle segnalazioni, il problema sta tutto nella decisione del team stesso. Tecnicamente non è difficile rimuovere il filtro, è più che altro una questione decisionale, perché se vedono che un filtro viene molto utilizzato e arriva qualche segnalazione, prima di rimuoverlo ci pensano due volte. Se arrivano tantissime segnalazioni, è chiaro che la decisione è più facile e lo rimuovono prima».  Sui pericoli dell’app Snapchat, Carrieri avverte: «L’utilizzo dell’app è a discrezione degli utenti. Il pericolo si cela dietro all’uso che se ne fa. Era usata molto, all’inizio, soprattutto dai più giovani. C’era addirittura un commercio di foto, non esattamente legale. Anche se i contenuti si cancellano, c’è la possibilità di fare screenshot e tale possibilità ha preso piede e si è rivelata in modo sempre più chiaro. E questo non si può impedire. Ma il pubblico dell’applicazione è cresciuto e si è diversificato, la consapevolezza di tale rischio è cresciuta anch’essa e il fenomeno si è con il tempo mitigato. Insomma, tutto dipende dall’uso che se ne fa, come per ogni social network. L’unica differenza con gli altri social sta nel fatto che il racconto su Snapchat è un pochino più naturale, perché consta di 10 secondi che non si possono più di tanto modificare. Non vedo grossi rischi. Nel caso dell’accusa di razzismo, si parla di una faccina che imita i lineamenti orientali. In qualche modo è stata interpretata male, ma è tutto relativo»

 

L’ultima, delicata questione che coinvolge Snapchat riguarda le accuse dell’app nei confronti del team Zuckerberg, sul banco degli imputati per aver copiato alcune funzionalità su Instagram. Gabriele Carrieri chiarisce: «È business. Non la trovo una cosa scorretta. È stata fatta più volte l’offerta d’acquisto a Evan (Evan Spiegel, fondatore di Snapchat, ndr.), ma è stata rifiutata. In seguito, sono state riprese per Instagram alcune funzionalità dell’app, ma in modo graficamente differente, dando vita ad un lavoro ben fatto. Io la trovo una buona app, nonostante alcune funzionalità siano state copiate, e a livello di dati si è registrato un grande flusso di utenti che poi, di fatto, si è spostato su Instagram. Poi è chiaro che il problema è più che altro etico. Si copiano tra di loro, lo stesso Facebook lo ha sempre fatto: ha copiato gli hashtag da Twitter e anche Instagram che fa degli hashtag il punto forte. Eppure, non c’è stato tutto questo clamore. Perché è più una questione di etica che di legge. Loro non hanno brevettato nulla, non c’è nessuna causa in corso. Un software, un’esperienza d’uso non è brevettabile, è difficile dimostrare che devi essere l’unico. È business: non ti sei fatto comprare? Io me lo costruisco da solo».

di Serena Gazzaneo
 





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