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CULTURA

 

13-10-2016

Addio a Dario Fo, il contorsionista della parola

Sradicare il conformismo e bandire la sobrietà: è questa la ricetta che Fo ha sciorinato in tutta la sua vita artistica


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«Seguendo la tradizione dei giullari medievali dileggia il potere restituendo dignità agli oppressi». Questa la formula che gli valse, nel 1997, il premio Nobel per la letteratura condiviso con la donna che lo ha affiancato nelle sue lotte politiche e artistiche, Franca Rame. Sradicare il conformismo e bandire la sobrietà: è questa la ricetta che Dario Fo ha sciorinato in tutta la sua vita artistica, su palchi nazionali e internazionali, dove era molto apprezzato, dando vita a drammaturgie acute scandite da un linguaggio ballerino e irriverente e un ritmo schizofrenico.

 

In novant’anni di storia d’Italia, tra alti e bassi, Dario Fo ha abbracciato diverse iniziative che dettero scalpore come quella del Soccorso Rosso Nazionale, riformatosi nel 1972 con il nome di Soccorso Rosso Militare, organizzazione nata durante gli anni di piombo per raccogliere fondi da devolvere agli operai delle fabbriche occupate e in seguito anche per garantire una certa libertà ai detenuti politici e dar loro un’indipendenza economica al di fuori del carcere. Un’espressione del suo impegno nei confronti del mondo proletario che non veniva scandito solo sulle tavole dei teatri ma anche nelle piazze. E la piazza è stato uno dei suoi ultimi palcoscenici da quando il suo collega e amico Beppe Grillo decise di promuovere a livello nazionale il suo progetto di un movimento alternativo. Forse un’espressione pragmatica di ciò che il funambolo della parola ha sempre predicato, con la sua maschera da giullare, nei suoi spettacoli.

 

Da giullare qual era, Fo sbeffeggiava anche la morte. Ateo convinto non si esprimeva in termini sacrali ma, sicuramente, non ne usciva vinto ad ogni modo: «È come una sfida a ramino, puoi vincere o perdere, quel che conta è la partita».    

 

 

di Clara Pellegrino
 





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