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CRONACA

 

26-10-2016

Nella mente del serial killer, perché uccide?

Primo appuntamento sulla psicologia criminale con la dottoressa Daniela Siciliano


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L’interesse per la scena del crimine va aumentando. I palinsesti televisivi pullulano di serie e film criminali. Sentiamo un po’ tutti di avere il fiuto di Rust, il poliziotto acuto interpretato da Matthew McConaughey in "True detective". Così, quando le pagine dei giornali danno voce alla cronaca nera, sempre più attenta a particolari scabrosi, da casa nasce una certa curiosità. Seguiamo le indagini in televisione, le analisi sul luogo del delitto, i ragionamenti per entrare nella testa dell'assassino e risalire, passo dopo passo, al colpevole. Ma chi è veramente il serial killer e perché uccide? Per rispondere, in questo primo appuntamento sulla psicologia criminale – a seguire i delitti in famiglia e i delitti passionali- ci siamo rivolti alla dottoressa Daniela Siciliano, esperta di psicologia clinica, psicopatologa forense, psicodiagnosta dell'età adulta ed evolutiva. «Non esistono regole precise o profili standardizzati entro cui “ingabbiare” un sospettato seriale, esistono però degli indicatori importanti che consentono di individuarne il profilo – ha spiegato la dottoressa -. La motivazione che spinge il serial killer ad uccidere è il desiderio del possesso e del controllo che deve e vuole esercitare, per bisogno pulsionale, sulla vita di un altro essere umano. Sono soggetti che vivono per la morte e con la morte, ogni giorno, ogni istante della loro vita con l’assurda convinzione di poterla gestire». 

 

La famiglia dell’assassino seriale è una famiglia multiproblematica?

«Le storie familiari dei serial killer sono diverse, ma tutte accomunate da momenti di grande sofferenza, disagio e talvolta allontanamento dal nucleo familiare. Le statistiche segnalano che il 63% dei soggetti, che commettono omicidi seriali, hanno personalità introverse e vivono la “sindrome di alienazione”. Sono lupi solitari estranei della loro stessa vita e di tutto ciò che li circonda». Non è detto però che il serial killer sia sempre un alienato. Infatti, le dinamiche inter-familiari sono molteplici. Per esempio il killer Gianfranco Stevanin – che uccise e smembrò sei donne nel 1994 -  durante la raccolta anamnestica dichiarò al suo perito, il professore Ugo Fornari, di aver avuto sempre un buon rapporto con i genitori e con gli amici. Differentemente, l’omicida seriale Donato Bilancia, detto “Walter” - accusato di ben diciassette omicidi- disse di aver avuto genitori anaffettivi, freddi, poco accoglienti e accudenti: «nei tentativi di ricerca del movente delle sue reazioni omicide, tra i suoi periti, c’è chi ha parlato di bisogno di vendetta o di ricerca di affetto, scatenato poi in rabbia omicida quando, a fine rapporto sessuale, la prostituta chiedeva il conto».

 

È vero che le donne sono meno assassine seriali degli uomini?

«Si è vero. Le donne killer sono presenti soprattutto in America. In Italia la maggior parte degli omicida seriali sono uomini, ma i motivi non sono ancora chiari. Tra i pochi casi di donna killer ricordiamo quello di Leonarda Cianciulli, passata alla storia come la “saponificatrice” - ammazzava le sue vittime e le trasformava in saponette - o Sonya Caleffi detta “l’angelo della morte” per aver ucciso cinque pazienti con iniezioni d’aria nell’ospedale presso il quale lavorava».

 

Che rapporto ha il serial killer con la sessualità?

«La sessualità nella vita di un essere umano è vivere, condividere emozioni, passioni, desideri e fantasie. È sufficiente che qualcosa, anche di molto piccolo, “inceppi” questo meraviglioso percorso, che si innescano processi patologici che possono condurre anche a patologie sessuali importanti. Parlo di perversioni che trovano pace momentanea nell’odore del sangue».

 

Il termine serial killer quale personaggio emblematico le evoca?

«Mi viene in mente Edward Theodore Gein, killer statunitense che ispirò grandi film quali "Psyco", "Il silenzio degli innocenti" e molti altri. Noto per la sua freddezza nel ricercare vittime e per la sua gentilezza verso i vicini, ogni settimana offriva carne di cervo (ma che quasi sicuramente era carne umana), all’età di soli 10 anni provò un orgasmo mentre i suoi genitori sgozzavano un maiale. Una figura emblematica da un punto di vista clinico: fu ritenuto dapprima incapace di intendere e volere, successivamente invece fu considerato capace per affrontare il processo».

 

Cosa si nasconde dietro i delitti in famiglia? Seguiteci nel prossimo appuntamento sulla psicologia criminale, mercoledì 2 novembre.

di Giulia Bordini
 





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