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ESTERI

 

09-11-2016

Trump non è la scelta peggiore, ecco i motivi

Gli intellettuali di tutto il mondo lo dipingono come un mostro, ma le cose non stanno veramente così


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Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti; solo un anno fa sembrava fantascienza e invece è accaduto davvero, prima con la conquista del Partito Repubblicano, contro candidati mediocri come Rubio, Cruz o Bush III, e stanotte con la vittoria alle elezioni generali. Quello che non si capisce ancora è perché questa notizia d’oltreoceano debba essere necessariamente una tragedia. Va bene, Trump non è certamente un politico di professione e quindi ha delle uscite sfortunate che agli occhi dell’intellighenzia possono sembrare segno di barbarie ma se veramente è questo il livello di analisi a cui ci si vuole fermare per giudicare un uomo politico possiamo anche chiudere qui il meccanismo democratico delle elezioni. Si dovrebbe giudicare un politico dalle sue proposte, dal suo programma e dalla sua morale personale.

 

Tralasciamo per un momento il programma, parliamo di morale: Trump è, moralmente parlando, certamente un uomo sgradevole, con una considerazione delle donne discutibile, con atteggiamenti pubblici degni di critica anche aspra. Ma nulla di paragonabile allo scandalo riguardante le mail di Hilary Clinton, che potrebbero essere realmente il nuovo Watergate.

 

Parliamo però ora del programma dei due candidati: l’organizzazione no profit statunitense Tax Foundation ha provato a calcolare gli effetti fiscali del programma dei due candidati. Per quanto riguarda il programma Clinton, si prevede un aumento delle tasse per quasi 500 miliardi nell’arco di dieci anni di attuazione del programma, in quanto l’ex Segretario di Stato vuole finanziare alcuni progetti attraverso l’eliminazione di parte delle deduzioni fiscali; l’effetto stimato sull’economia sarebbe così quantificato in un punto percentuale di Pil in meno, un calo dei salari dello 0,8% e una diminuzione di 311mila posti di lavoro a tempo pieno.

 

Per quanto riguarda Trump, il suo piano di tax cut porterebbe, sempre nell’arco di dieci anni, ad una diminuzione delle tasse di 12mila miliardi, con un effetto aggregato di +11% sul Pil, salari più alti del 6,5% e 5,3 milioni di posti di lavoro in più. Questo sarebbe il più grande shock fiscale dai tempi di Reagan come ha affermato lo stesso Trump.

 

Il mostro Trump è così dipinto anche per le sue posizioni sul tema immigrazione, in particolare la posizione sul muro contro il Messico; per chi non lo sapesse oggi lungo il confine c’è una recinzione di filo spinato, non un grande simbolo di accoglienza e apertura, che però inevitabilmente è meno efficace di un muro per raggiungere il suo obiettivo, ossia il controllo dei flussi migratori; un muro al confine con il Messico non sarebbe niente altro che un incremento di efficienza della politica migratoria già in atto e un miglioramento della vita delle guardie frontaliere.

 

In politica estera l’apertura di Trump a Putin non è ovviamente sinonimo di fratellanza ma un atto pragmatico e dovuto, in un momento in cui uno scontro frontale fra Russia e Usa potrebbe portare solo danni a tutto il mondo, soprattutto se osserviamo quanto avvenuto sotto la presidenza Obama, di cui la Clinton sarebbe stata una perfetta copia. Le posizioni di The Donald poi su Israele sono di chiaro sostegno e sulla Nato parla di un maggior coinvolgimento fiscale dei paesi europei membri dell’alleanza, nulla di autoritario, fascista o nazionalista, anzi. 

 

La posizione dominante di sdegno e orrore nei confronti di Trump denota soltanto una cattiva conoscenza delle vere intenzioni politiche dei due candidati, e soprattutto un ridurre la politica a gossip; pratica che in questo paese spopola e che porta a focalizzarsi su questioni irrilevanti per il Paese (vedi vicenda Ruby) ignorando completamente i veri temi di discussione politica. Non merita altri commenti la riduzione a ignoranti degli stessi elettori che solo 8 anni fa erano presi a modello da tutto il mondo per aver eletto presidente un nero. L’Occidente non deve preoccuparsi certo di Trump, ma di quello che davvero minaccia la nostra salute economica e la nostra vita democratica.

di Michelangelo Borri
 





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