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ESTERI

 

10-11-2016

Effetto Trump, la fiera del luogo comune

Politici e giornalisti danno vita al festival della banalità per tentare di spiegare ciò che è accaduto


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È paradossale che il trionfo di Donald Trump, che ha costruito tutta la propria campagna sullo sberleffo e sul politicamente scorretto, sia accompagnato ora da un profluvio di luoghi comuni. Neanche il tempo di assistere alla fine dello spoglio che il noto intellettuale Salvini, a cui hanno subito dato manforte Meloni e Grillo, ha cominciato a celebrare la vittoria dell’uomo del popolo contro le banche e i poteri forti. Proprio così, il barricadero Trump vendicherà il popolo vessato dalle malefiche banche d’affari. In che modo? Smantellando il Dodd-Frank Act, come si legge nel suo programma di governo. Approvata nel 2010 in seguito alla crisi finanziaria, la legge cercava di porre dei limiti alla libertà d’azione proprio di quelle banche che i trumpiani d’Italia – e non – tanto vituperano. Per la prima volta nella storia una banca – la Wells Fargo – venne pesantemente multata (100 milioni di dollari) per aver aperto conti correnti e carte di credito all’insaputa dei suoi clienti. «Pannocchia (il soprannome affibbiato a Trump, ndr) ha mandato affanculo tutti: massoni, grandi gruppi bancari, cinesi», ha scritto Grillo commentando la storica elezione. I mitici “poteri forti” stanno sicuramente tremando.

 

E sapete grazie a chi? Agli emarginati, ai disadattati, ai poveracci abbandonati dalla sinistra, ai giovani senza un futuro e via di questo tenore. Davvero? Non proprio, stando ai dati del voto stratificati per genere, età, reddito e altre categorie (fonte New York Times). Clinton – che fra l’altro ha preso circa 200.000 voti in più di Trump nel complesso – ha la maggioranza dei voti nelle prime due fasce d’età, 18-29 e 30-44 anni. E per quanto riguarda il reddito, è nettamente in vantaggio fra gli elettori che denunciano da 0 a 30.000 dollari e da 30.000 a 50.000. È solo nelle fasce successive che Trump opera il sorpasso. L’immagine stereotipata della Clinton che perde perché è fighetta (vi prego, cancelliamo radical chic dai vocabolari!) e la sera beve Martini sembra proprio non reggere. Eh, ma è anche colpa della pesante eredità di Obama, la gente (o forse sarebbe meglio dire lagggente) voleva cambiare. Peccato che, oltre ai vari parametri economici positivi, Obama chiuda con un tasso di approvazione del 54 per cento. Tanto per avere un’idea, di questi tempi 8 anni fa Bush si congedava con una popolarità inferiore al 30 per cento. Il commento più lucido è di Ezio Mauro su Repubblica, uno di quelli che secondo la vulgata comune non avrebbe capito nulla. A determinare la vittoria di Trump, secondo l’ex direttore del quotidiano romano, è il forgotten man, l’uomo dimenticato più che emarginato: «Non è necessariamente un povero, piuttosto si sente un espropriato. Gli hanno tolto qualcosa, non sa dove e quando, ma crede di sapere chi lo ha fatto: l'élite, quell'insieme di vip, di istituzioni, di politica, banche, affari, organismi internazionali, agenzie di rating, governi, media, mercati, esperti, professori e intellettuali. Un mondo della competenza e dell'esperienza - come Hillary Clinton - che sta oltre il ponte levatoio, oltre il fossato che divide chi ce l'ha fatta dagli altri. Un mondo che sa tutto, ma per sé, non per tutti». Più che economica o politica, sembra una categoria della sofferenza esistenziale.

 

Ma sapete una cosa? Bastava farsi un giro in Rete per capire come sarebbero andate le cose. Un concetto caro a opinion leader del calibro di Scanzi e Lucarelli. Alla Rete non gliela si fa e i like e retweet non mentono. Dai 45 anni in su, vive nei piccoli centri e nelle aree rurali, e ha scarsa dimestichezza con la tecnologia. Non proprio l’identikit del social addicted, vero? Già, perché è invece quello dell’elettore medio di Trump. Del resto, la Rete aveva già dato prova della sua enorme influenza sulle scelte politiche dei cittadini 2 anni fa proprio da noi, per le elezioni europee. Quelle con le quali il M5s avrebbe dovuto mandare a casa Renzi secondo il mood imperante nei social. Sappiamo come finì. In maniera simile a quanto accaduto qualche giorno fa in Islanda. Il Partito Pirata, la cui stessa natura è legata indissolubilmente con il web, doveva stravincere le elezioni. I sondaggi lo accreditavano addirittura del 40 per cento. Le ha invece straperse con il 15 per cento.

 

Ma qualcuno che Trump lo ha visto davvero arrivare c’è. Un illuminato che aveva predetto il trionfo del magnate, il regista Michael Moore. A luglio aveva pubblicato sull’Huffington Post americano un articolo nel quale elencava le 5 ragioni per le quali Trump avrebbe vinto le elezioni. Ora quel pezzo circola molto in Rete, accompagnato da lodi e da commenti di scherno nei confronti di giornalisti e analisti vari che, a differenza di Moore, non avevano compreso il cambiamento in arrivo. Tutto vero, peccato che non circoli anche l’articolo successivo di Moore, quello di agosto, nel quale l’autore di Fahrenheit 9/11 sosteneva che Trump, accorgendosi di non avere alcuna possibilità di vincere, avrebbe fatto di tutto per sabotare la propria campagna. Eh sì, Moore aveva previsto tutto, ma proprio tutto.

di Andrea Piccoli
 





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