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CRONACA

 

24-11-2016

Violenza contro le donne. Che fine ha fatto l’uomo?

La causa va ricercata in alcuni stereotipi culturali; la soluzione in una ridefinizione dell’identità maschile


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Potrebbe essere un buon punto di partenza indagare sulla causa prima dalla quale deriva un fatto. Chiedersi perché un uomo, nei panni del carnefice, insulta verbalmente una donna, la picchia, sfregia il suo corpo con dell’acido, la stupra e, in certi casi, la uccide. Potrebbe essere un ottimo punto di partenza, inoltre, tentare di estirpare la causa che sottende a tutto questo; indagare su eventuali stereotipi culturali celati nella società e, infine, chiedersi cosa c’è prima della violenza stessa. Nel giugno del 2015, l’Istat ha pubblicato i dati di una ricerca in riferimento all’anno 2014 dalla quale è emerso che «negli ultimi 5 anni il numero di donne che hanno subìto almeno una forma di violenza fisica o sessuale ammonta a 2 milioni 435 mila». Il 25 novembre ricade la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne: cosa accadrà però dopo questa celebrazione, e dopo tutte le manifestazioni che si animeranno nei prossimi giorni o che hanno già avuto luogo? Il prossimo rapporto dell’Istat ci parlerà di miglioramenti o di numeri catastrofici?

 

Di questo passo non possiamo essere ottimisti. Per il problema della violenza contro le donne sembra essere stata persa di vista una questione fondamentale: l’uomo.  Di quest’ultimo vengono presi in considerazione gli atti compiuti – come lo stupro, una molestia verbale, o un omicidio (femminicidio) – tralasciando ciò che c’è stato prima della violenza stessa. I riflettori si accendono sulla donna, lasciando in ombra il ruolo maschile. Tale problematica è stata affrontata  nel saggio Il lato oscuro degli uomini, curato dalle studiose Alessandra Bozzoli, Maria Merelli e Maria Grazia Ruggerini, e nato (come è scritto nella presentazione del testo) «dalla constatazione di un vuoto che permane in Italia riguardante gli autori di violenza».

 

Siamo realmente sicuri che le norme repressive adottate nel sistema giudiziario siano in grado di estirpare il problema? A quanto pare no, dato che gli innumerevoli casi di violenza contro le donne continuano a infoltire una lista già molto lunga. La soluzione proposta per la questione maschile, come ragionevolmente troviamo scritto nel saggio, è «una risposta che da un lato isola i comportamenti violenti maschili facendone casi eccezionali, patologici, dall’altro lascia inalterati i modelli culturali fondati su equilibri patriarcali di potere». Quando si pensa ai casi di femminicidio, spuntano fuori parole chiave come gelosia, possesso, non rassegnazione alla fine di una storia d’amore. Tutto ciò va bene, a patto che si contestualizzi proprio in quei modelli culturali basati su equilibri patriarcali.

 

Ci sono realtà consapevoli di queste problematiche, come l’Associazione Maschile Plurale – costituita a Roma nel 2007 – impegnata «nella ridefinizione della identità maschile, plurale e critica verso il modello patriarcale, anche in relazione positiva con il movimento delle donne». Agire in questo modo, operando alle radici del problema, consentirebbe di interrompere la trasmissione di ciò che induce un individuo di sesso maschile a compiere quei gesti. In tal senso, diviene fondamentale il lavoro che svolgono i centri e servizi rivolti a uomini autori di violenza, dislocati in tutto il territorio italiano. Se il problema fino a qui affrontato è di natura culturale e sociale, non è difficile capire come soluzioni quali l’inasprimento delle pene non sono di certo la soluzione al problema, né tantomeno lo è il puntare i riflettori sulla donna senza considerare adeguatamente l’uomo.

 

di Giulia Morici
 





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