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POLITICA

 

01-12-2016

La riforma spiegata punto per punto

Domenica si voterà sulla riforma costituzionale: ma sapete davvero cosa si cambia?


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Il 4 dicembre si voterà per la conferma o la bocciatura della riforma costituzionale approvata definitivamente in estate dal Parlamento. La discussione ormai ha assunto toni sempre più apocalittici da entrambe le parti, per cui è necessaria un’analisi lucida e scevra da ogni connotato ideologico che contraddistingue sempre la polemica politica in Italia. La riforma è ovviamente supportata dalle forze governative che hanno spinto per la sua approvazione: sul fronte del Sì troviamo quindi su tutti il Partito Democratico di Matteo Renzi che, dopo aver legato la sua carriera politica alla riforma, ha giustamente scelto di spersonalizzare la votazione per permettere di discutere sul merito della riforma e non su altro, e forse anche perché un referendum personalizzato rischiava molto seriamente di perderlo. Certo rimane il fatto che l’esito del referendum avrà effetti molto pesanti sulla situazione politica proprio perché, pur avendo slegato le sorti del referendum da quelle del governo, questa riforma è senza dubbio la più significativa di tutto il biennio renziano. Oltre al Pd troviamo sul versante dei favorevoli tutti i partiti minori di governo, quindi Area popolare, cioè il ticket fra il Nuovo Centrodestra di Alfano e l’Udc di Casini, e il gruppo Ala, nato dall’unione fra Scelta Civica e i fuoriusciti da Forza Italia capeggiati da Denis Verdini. Oltre alle forze governative anche piccoli gruppi di opposizione si sono schierati a favore della riforma, su tutti il gruppo di scissionisti dalla Lega che fanno capo a Flavio Tosi. Il versante del No è invece molto più variegato: la principale forza di opposizione, al governo Renzi e alla riforma, è rappresentata dal Movimento 5 Stelle, che accusa il governo di voler manipolare la costituzione a suo favore e verso un progetto autoritario. Contrari sono anche i rappresentanti di Sinistra Italiana, il gruppo composto dal Sel e dai fuoriusciti della sinistra del Partito Democratico come Stefano Fassina. A destra il No più duro arriva dalla Lega di Matteo Salvini che, oltre ad accusare la riforma di autoritarismo, è contraria anche al ritorno in capo allo Stato centrale di alcune competenze. Anche Fratelli d’Italia è schierato sulle posizioni della Lega, mentre la voce più ambigua arriva da Forza Italia: al suo interno infatti le posizioni hanno sfumature diverse: c’è un gruppo intransigente capeggiato da Renato Brunetta, ferocemente contrario alla riforma, e il gruppo moderato che si riconosce nella posizione assunta da Stefano Parisi, ossia un No a questa riforma ma un’apertura ad un processo costituente dopo la consultazione popolare.

 

Entriamo però nel merito della riforma e cominciamo ad analizzare i punti fondamentali del testo che modificherà 43 articoli della Costituzione vigente e cominciamo col dire che chiunque propagandi, da un lato e dall’altro, un cambio di forma di governo o comunque uno stravolgimento dei dettami costituzionali o non sa di cosa parla o è in mala fede. Non ci sarà nessun presidenzialismo o premierato di fatto, il Parlamento rimarrà assolutamente centrale, anzi il suo ruolo sarà maggiormente rilevante.

 

Partiamo dal quesito e affrontiamo con ordine tutti gli argomenti trattati. Il quesito recita: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?”.

 

Superamento del bicameralismo paritario: è inequivocabile che la riforma modifichi il bicameralismo paritario, ossia la totale uguaglianza di ruoli e funzioni delle due camere, la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica. Oggi Camera e Senato sono doppioni, perfettamente identici per funzioni e rapporti con il Governo. Una legge, per essere approvata, deve ricevere il voto favorevole di entrambe le camere sullo stesso identico testo; questo ha fatto sì che molte leggi, per continui processi di emendamento, passassero da una camera all’altra in un continuo rimbalzo. La riforma si propone di combattere questo fenomeno per poter così rendere meno farraginoso il procedimento di approvazione; come cambia quindi il meccanismo bicamerale si può capire leggendo gli articoli dal numero 60 al 82. L’articolo che propriamente definisce il nuovo procedimento legislativo è l’articolo 70, oggetto di molteplici critiche per la sua poco agevole lettura. Occorre però sottolineare che una maggiore complessità del testo è legata al fatto che, mentre il meccanismo attuale prevede semplicemente un doppio passaggio identico in entrambe le camere, il nuovo iter, differenziando i ruoli di Camera e Senato, richiede necessariamente una maggior specificità del testo riguardo le diverse procedure per l’approvazione delle leggi di diverso tipo.

 

Il procedimento rimane uguale solo per alcune tipologie di leggi, fra le quali le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, le leggi riguardanti  la tutela  delle  minoranze  linguistiche,  i referendum popolari, le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di  governo,  le  funzioni  fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane, la partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea e quelle che determinano i casi di ineleggibilità e di incompatibilità  con  l’ufficio  di  senatore.

 

Per tutte le altre leggi il percorso cambia: è la Camera solamente ad approvare il testo, testo che viene immediatamente trasmesso al Senato che, su richiesta di un terzo dei componenti ed entro dieci giorni, può esaminarlo. Se decide di esaminarlo, ha trenta giorni per proporre modifiche al testo approvato dalla Camera; a quel punto la Camera lo approva in via definitiva, sia se accetta le modifiche sia se le rifiuta. Piccola eccezione riguarda le leggi che danno attuazione all’articolo 117, quello che regola le competenze Stato-Regioni; la Camera può rifiutare le modifiche solo a maggioranza assoluta dei membri.

 

Complementari a questa struttura procedimentale sono gli articoli successivi: l’articolo 71 prevede che il Senato, a maggioranza assoluta dei componenti, può proporre alla Camera di discutere un disegno di legge, che la Camera ha l’obbligo di discutere entro sei mesi. Al secondo comma prevede l’innalzamento a 150.000 firme per le proposte di legge d’iniziativa popolare rispetto alle 50.000 precedenti, ma introduce l’obbligo di discussione per la Camera. Il terzo comma infine introduce, demandando a legge ordinaria le modalità di svolgimento, lo strumento del referendum propositivo, mentre oggi esiste solo la possibilità di indire referendum abrogativi (oltre a quelli costituzionali). L’articolo 72 introduce la possibilità per il Governo di richiedere alla Camera la discussione prioritaria di un suo disegno di legge ritenuto fondamentale per l’attuazione del programma del Governo stesso. L’articolo 73 introduce la possibilità di richiedere alla Corte Costituzionale un parere preventivo sulle leggi elettorali delle due Camere. L’articolo 75 invece tocca il tema del quorum referendario: esso è fissato nella maggioranza assoluta dell’elettorato o, in caso di referendum richiesto da ottocentomila elettori, dalla sola maggioranza degli elettori che hanno partecipato all’ultima votazione per la Camera dei Deputati. L’articolo 77 pone maggiori limitazioni all’approvazione di decreti legge, di cui in questi anni si è piuttosto abusato come mezzo per promuovere testi che nel gioco parlamentare sarebbero rimasti arenati.

 

Il tema del bicameralismo riguarda anche la composizione del Senato: se prima le due Camere erano identiche con la sola differenza numerica, 630 membri per la Camera e 310 più i senatori a vita per il Senato, ora il Senato, essendo rappresentativo delle autonomie territoriali, sarebbe composto da consiglieri regionali e sindaci, eletti indirettamente durante le elezioni regionali. L’articolo 57 definisce numero e specificità dei membri del Senato modificato: sarebbe composto da 100 membri, di cui cinque nominati dal presidente della Repubblica e in carica per i sette anni del mandato presidenziale, mentre gli altri 95 saranno consiglieri regionali e sindaci eletti dai consigli regionali sulla base di indicazioni date dai cittadini al momento del voto per le elezioni regionali; la specifica normativa è rimandata a legge ordinaria; con questo abbiamo anche parlato della riduzione del numero dei parlamentari, in quanto i senatori passano da trecentodieci e più a cento.

 

Il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni: è il tema più debole, in quanto una riforma costituzionale non dovrebbe fondarsi sul risparmio ma sull’equilibrio e l’efficienza delle istituzioni, ma anche quello più sbandierato da entrambe le parti. Il Governo parla di centinaia di milioni, le opposizioni parlano di cinquanta milioni. La cifra è legata semplicemente all’abolizione del Cnel e delle indennità per i senatori. Il risparmio, grande o piccolo, ci sarà ma certamente non è un criterio con cui leggere una riforma costituzionale.

 

La soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione: su questo ci sarebbe molto da dire ma è possibile sinteticamente ridurre all’essenziale il tema. Il Cnel viene completamente abolito, e con esso le sue funzioni mai comprese e mai attuate. Sul Titolo V della Costituzione la riforma tenta di mettere mano al maldestro tentativo fatto dal centrosinistra di concedere potere alle regioni con la riforma del 2001. La riforma Boschi ricentralizza alcune materie come la politica energetica, le infrastrutture e la promozione del turismo all’estero, funzioni che mai le regioni dovrebbero gestire perché di interesse nazionale, ma così facendo di fatto riporta l’Italia a un modello centralista e antifederalista; qui si tratta di una questione politica: chi vuole uno Stato centrale forte dovrebbe essere soddisfatto, chi è federalista meno. Da notare sicuramente la clausola di supremazia all'articolo 117 comma 26 con cui lo Stato ha diritto di intervenire in materie di competenza regionale quando lo richiedano specifiche esigenze di tutela dell'interesse o dell'unità nazionale.

 

Una conclusione la meritano alcuni toni particolarmente apocalittici e alcune scelleratezze dette dagli attori di questa solita triste e povera campagna elettorale; non ci sarà alcuna apocalisse finanziaria se l’Italia dovesse in maggioranza votare “No”, anche se certamente si attende questo voto perché il “Sì” rappresenterebbe una scossa rispetto al passato, almeno agli occhi degli investitori esteri. Non ci sarà alcun vuoto di potere se dovesse vincere il “No”, ci potrebbe essere un Renzi-bis o un governo transitorio o altre elezioni. D’altro canto, se vince il “Sì” non si instaurerà una dittatura, non ci sarà alcun rischio democratico e non saranno costruite centrali nucleari nei cortili dei nostri condomini. Mai come oggi un referendum è stato così personalizzato, colpa soprattutto di Renzi, ma sarebbe molto più costruttivo se, una volta tanto, si riuscisse a concentrarsi sul merito senza misere polemiche fra pezzi di partiti.

di Michelangelo Borri
 





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