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POLITICA

 

04-01-2017

Sgarbi: 'Sindaca e ministra? Boldrini è una zucca vuota e una capra'

La lotta di grammatica politichese continua


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Dopo Giorgio Napolitano, anche Vittorio Sgarbi se la prende con la presidente della Camera Laura Boldrini per la sua determinazione a riscrivere la grammatica politichese declinando al femminile voci come sindaco (che diventa sindaca) e ministro (ministra). Sgarbi pubblica allora su Facebook la sua personale lezione di grammatica rivolta a Boldrini, che inizia con una parodica puntualizzazione: «Boldrini è plurale: lei è una e donna, quindi Boldrina». E continua: «Come la chiamiamo la Boldrina? Presidentessa della Camera dei deputati e delle deputate?». E ancora: «Ma perché presidentessa? Meglio presidenta». Si domanda allora: «Quanto durerà la presidenta della Camera dei deputati e delle deputate Boldrina?».

 

«Il presidente – maschio – emerito Giorgio Napolitano ha definito ministra “orribile appellativoe sindaca “abominevole appellativo”», ha ricordato Sgarbi. Per poi appellarsi alla presidente Boldrini: «Ci dica: chi è lei? È la grammatica? Lei stabilisce che non è giusto chiamare ministro una ministra e sindaco una sindaca?». Sgarbi ha allora sposato la tesi di Napolitano, secondo cui «i ruoli prescindono dai sessi». E ha dato a Boldrini della «zucca vuota» e della «capra». Per concludere: «Non un capro, per fortuna».

 

Come bisogna comportarsi a livello grammaticale? Chi ha ragione tra Sgarbi e Boldrini? Il responsabile della Consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca Paolo D’Achille, professore ordinario di Linguistica italiana presso l’Università degli Studi di Roma Tre, in una lunga intervista a illibraio.it, sottolinea che «da un punto di vista grammaticale non ci sarebbe nessun problema ad accordare il genere al sesso di chi ricopre il ruolo: l’italiano lo consente». Ma, più che di scelta, è questione di intenzione: «Se la femminilizzazione vuole essere un riconoscimento del ruolo della donna, benissimo; se vuole avere una funzione ironica e riduttiva va evitata». Cecilia Robustelli, linguista e docente dell’Università di Modena, spiega su accademiadellacrusca.it: «Un uso più consapevole della lingua contribuisce a una più adeguata rappresentazione pubblica del ruolo della donna nella società. E il linguaggio è uno strumento indispensabile per attuare questo processo».

Cambiare un’abitudine linguistica di questo tipo non è troppo faticoso. Né dispendioso dal punto di vista dell’economia linguistica, a cui ciascun parlante tende. Giornali e televisioni stanno già declinando con disinvoltura questi termini al femminile, influenzando sempre più lettori e ascoltatori. Creando una nuova consuetudine, dunque. E quando questa nuova abitudine si sarà consolidata, quando questi termini saranno diventati davvero familiari, non ci chiederemo più se si debba dire sindaco o sindaca, ministro o ministra. Le nostre assuefazioni linguistiche saranno cambiate. E la fatica iniziale, qualora ci sia stata, l’avremo già dimenticata.  

di Vittoria Montesano
 





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