Dei delitti e delle pene di morte La condanna a morte del killer di Charleston riapre la discussione sullo strumento disumano della pena capitale - www.Pontilenews.it


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ESTERI

 

11-01-2017

Dei delitti e delle pene di morte

La condanna a morte del killer di Charleston riapre la discussione sullo strumento disumano della pena capitale


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«Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dell’assassinio, ordinino un pubblico assassinio»: così Cesare Beccaria scriveva nella sua opera Dei delitti e delle pene. Ritorna attuale negli Usa la strage di Charleston, in South Carolina, dove il ventiduenne Dylann Roof è stato condannato alla pena di morte. Il massacro risale al 17 giugno 2015: il ragazzo aprì il fuoco uccidendo nove persone di colore nella chiesa della comunità afroamericana. Questa è la prima condanna federale alla massina pena per un crimine dell’odio. La giuria, che doveva deliberare la sentenza, è rimasta riunita per circa tre ore, e solo dopo una lunga serie di deposizioni dell’accusato senza alcun segno di pentimento, si è giunti alla condanna di morte. Perentorio il commento del ragazzo: «Sento che dovevo farlo».   

 

Molto dibattuto negli anni è stato l’argomento della pena di morte negli Usa. Proprio gli Stati Uniti sono uno dei 76 paesi al mondo, ma di cui unico occidentale, in cui è prevista l’applicazione della pena capitale. Qui la condanna è applicata come metodo di punizione legale dal sistema giuridico. Il governo federale prevede ancora l’utilizzo della pena capitale, a differenza delle forze armate, la cui ultima esecuzione risale al 1976. A livello federale i crimini punibili attualmente sono alto tradimento, omicidio plurimo, omicidio aggravato, spionaggio, atti o favoreggiamento di terrorismo. In alcuni paesi è applicabile anche per casi di omicidio premeditato, traffico di droga, abuso sessuale di minori, omicidio di minorenni.

 

Parlando di pena di morte ritorna in mente in questo periodo il caso di Sacco e Vanzetti, i due anarchici italiani condannati negli Stati Uniti negli anni Venti. Sacco di professione era operaio in un calzaturificio; Vanzetti, dopo aver tanto girovagato, rilevò un carretto per la vendita del pesce da un italiano. I due vennero arrestati nel 1923 con l’accusa di omicidio di un contabile e di una guardia della fabbrica di scarpe Slater and Morrill, a South Braintree. Molti però furono i dubbi sulla loro colpevolezza già all’epoca del loro processo. Ma a nulla valse la confessione del detenuto portoghese Madeiros, che scagionava i due italiani. Sacco e Vanzetti furono uccisi sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927 nella prigione di Charestown, nei pressi di Dedham. Solo cinquant’anni dopo, nel 1977, il governatore del Massachusetts riabilitò la memoria dei due, riconoscendo ufficialmente l’enorme errore giudiziario. Così parlava Sonya in Delitto e castigo, di Dostoevskij: «Perché mai la vita di un uomo dovrebbe dipendere dalla mia volontà. Chi mi ha eletta a giudicare se un essere debba vivere o se non debba vivere?». 

di Pierluigi Liguori
 





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