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CULTURA

 

11-01-2017

Fabrizio De André, il poeta che cantava l’amore sacro e l’amore profano

Oggi l’anniversario della morte


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Fabrizio De André ci lasciava l’11 gennaio 1999. Aveva un mondo nel cuore, come Un matto della sua canzone, ma a differenza sua riusciva a esprimerlo a parole. Ha cantato l’amore, la libertà, le persone. Il suo tredicesimo e ultimo album, Anime salve, composto con l’amico e concittadino Ivano Fossati nell’anno della sua morte, disegnava con la voce la solitudine. Quella solitudine necessaria, anzi indispensabile, a chi vuole entrare davvero in rapporto con ciò che lo circonda. Quella solitudine a cui si aggrappa la libertà, e che salva dal cortocircuito del mondo.

 

De André ha cantato l’amore cieco, che ti fa morire illuso, e dunque contento. L’amore perduto, che si fa svogliato. E che mentre rimpiange il vecchio, accarezza un amore nuovo. L’amore venduto, come quello che scappa dagli occhi alla puttana di via del Campo. L’amore pensato, dedicato alle donne conosciute appena, a quelle immaginate, alle compagne di viaggio, a quelle deluse, a cui il proprio uomo ha regalato malinconia, alle belle passanti non trattenute. L’amore sacro e l’amore profano, portati a spasso in processione per un paese, con passione e riverenza.

 

Roberto Vecchioni ricorda De André così: «Questo è il punto: lui era l'unico poeta della canzone d'autore. Gli altri, me compreso, con l'eccezione forse di Guccini, sono bravi, non poeti. E i suoi testi sono gli unici che reggono anche senza musica. Il suo era un elitarismo culturale. Aveva il fisico e la testa del poeta». Ed era proprio così: per i capelli dietro cui si nascondeva, per i colletti sbottonati delle sue camicie, per le labbra pronunciate, naturalmente protese alla divulgazione. Per i pensieri incisi sulle note, e di cui le note si sono innamorate.

di Vittoria Montesano
 





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