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POLITICA

 

19-01-2017

Il politichese è morto. Cosa pensa la Crusca del congiuntivo di Di Maio e della lingua dei politici

L'Accademia della Crusca definisce gli usi linguistici della classe dirigente 'volgari e di pessimo esempio'


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Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, ha bacchettato il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, reo, stavolta, di aver sbagliato 3 congiuntivi in pochi minuti sulle sue pagine Facebook e Twitter. Così ai microfoni di Repubblica:  «Per rivestire cariche importanti bisogna avere una cultura sicura e sapere usare una lingua di prestigio come l’italiano». Dal congiuntivo di Di Maio, la riflessione dell’accademico della Crusca si è spostata più in generale sulla lingua della classe dirigente: «La politica dà un pessimo esempio, introducendo nella lingua, per esempio, inutili anglicismi, come “stepchild adoption” o “jobs act”».

 

Se la “congiuntivite” di Di Maio è un’infiammazione della lingua italiana da non sottovalutare, la lingua della classe dirigente tutta è affetta da una nuova grave malattia. Ricordiamo prima la vecchia: il politichese – oggi quasi debellato (se ne segnalano forme di sopravvivenza nelle metafore di Pier Luigi Bersani) –, lo strumento comunicativo inquinato, contorto e poco democratico di cui si serviva la politica per mascherare con forme linguistiche volutamente e inutilmente complesse, se non criptiche, contenuti vuoti, insulsi.  Già nell’ormai lontano 2003, però, Luca Serianni, socio dell’Accademia della Crusca, vicepresidente della Società Dante Alighieri e professore ordinario di Linguistica italiana presso l’università La Sapienza di Roma, segnalava una certa inversione di tendenza nella lingua della politica decisamente riscontrabile oggi, a quattordici anni di distanza da quando parlò così a Repubblica:  «I politici preferiscono parlare in modo più diretto, favoriti in questo anche dalla televisione, divenuta l'arena politica per eccellenza».

 

Cosa c’è di più diretto, allora, dei turpiloqui? Dall’astrazione del politichese alla concretezza dell’oscenità linguistica, che trova spazio in televisione, in radio, sui social network. Dall’opaca ambiguità, alla schiettezza di una comunità che si è slogata la lingua. Vittorio Coletti, accademico della Crusca, definisce la lingua della classe dirigente di oggi «popolaresca, debole, approssimativa, volgare». Nel lessico, nella sintassi, nella grammatica.

C’è un colpevole di tutto questo? Si è soliti additare Silvio Berlusconi come caposcuola. Filippo Ceccarelli, nel 2006, notava su Repubblica il cambiamento di Berlusconi nel «passaggio dall’affettazione alla volgarità. Ecco, questo cambiamento non solo è evidente, ma indica qualcosa di indicibile, l’indizio, il segno o la rivelazione che il Cavaliere sta perdendo ciò che è più importante in politica: la grammatica del rispetto».

 

E dallo sputo sulla grammatica del rispetto a quello sul rispetto della grammatica il passo è breve. Attraverso l’ironia, nel gergo dei politici si propaga il virus della pubblica indecenza lessicale, sintattica e grammaticale. È dietro la maschera dell’ironia – che copre a tempo indebito la faccia della permalosità – che il Di Maio o il Gasparri di turno nascondono le guance rosse di vergogna per i loro tempi verbali sbagliati. Suvvia, cosa sarà mai. L’importante è capirsi. Perché mai controllarsi? Il tenere un profilo linguistico basso, e dunque il parlare terra terra, è pur sempre una strategia comunicativa.

di Vittoria Montesano
 





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