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CULTURA

 

24-01-2017

Portare la disciplina Yoga in un campo di profughi siriani: a cosa serve?

Un’esperienza fuori dal comune raccontata da chi l’ha vissuta


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Un centro profughi è un posto dove regnano disperazione, dolore, incertezza, paura. Che senso ha insegnare proprio lì la disciplina dello Yoga? Ce lo spiega Federico Insabato, insegnate di Yoga e Meditazione al Centro YogAyur di Roma. Federico pratica Yoga, discipline olistiche e introspezione da una decina di anni. Si occupa di attività rivolte ai vari piani che compongono l’essere umano: fisico, mentale e spirituale. Lo incontriamo nell’ambiente calmo e rilassato del centro di via Acerbi di Roma per farci raccontare la sua esperienza in un campo per rifugiati siriani in territorio turco.

Come vi è venuta un’idea del genere?

YogAyur ha tra le sue missioni (uno dei sette petali che compongono il fiore di loto) quella rivolta al sociale perché crede che il benessere vada condiviso e che un miglioramento per sé è reale quando l’ambiente e quindi il mondo può beneficiarne. Per questo abbiamo cercato sempre di diffondere il più possibile questa disciplina anche a chi ha meno possibilità di accedervi. La Siria è uno dei terreni più caldi, dove è in atto un conflitto ma forse con maggiore necessità. Abbiamo contattato un’associazione che si occupa di educazione rifugiati siriani AMAL for Education a Kilis (Turchia) e l’idea è stata quella di donare, piuttosto che medicine, cibo, o altro, quello che noi sappiamo fare: tecniche di rilassamento e meditazione.

Come funzionava il progetto?

E’ stato un primo approccio, non certo un master di Yoga, destinato soprattutto ai bambini ma anche agli adulti che volevano provare. Per una settimana abbiamo fatto 5 lezioni con bambini (dai 5 ai 12 anni) sempre differenti. Per gli adulti ci siamo divisi tra uomini e donne per questione di religione e di cultura in modo da favorire la libertà di movimento. Avevamo un interprete per la comunicazione.

Come hanno reagito i bambini?

Per i  bambini si trattava di uno Yoga-gioco e abbiamo trovato molta risposta, come capita sempre, però ci ha sorpreso come ci abbiano seguito anche nei momenti di silenzio, ascolto, interiorizzazione e di meditazione. I bambini giocavano, correvano e si divertivano ma senza “un’educazione fisica”, quindi una consapevolezza del proprio movimento. Avevano una grossa criticità sull’elasticità ma che paradossalmente si riscontra anche nei bambini occidentali. Facendo Yoga nelle scuole romane trovo la stessa criticità, come se ci fosse una restrizione nella possibilità infinita che hanno di muoversi con armonia.

E gli adulti?

Soprattutto per le donne, l’insegnante è rimasta molto sorpresa di come lo Yoga sia diventato veicolo di confidenza tra madri e donne di tutte le età. Rispondevano con piacere e il movimento diventava occasione per comunicare emozioni, disagi.

La meditazione  potrebbe  avere un effetto opposto e generare conflitto o panico?

Lo Yoga se calibrato sulla persona non ha controindicazioni e dà la possibilità di conoscersi e prendere consapevolezza del proprio corpo. Abbiamo cercato di mantenere il focus sulla positività e dare loro la possibilità di confidarsi, di respirare, di trovare pace nella concentrazione sull’attività fisica.

Tornerete? Cosa vi aspettate da loro?

Abbiamo mandato dei tutorial per trovarli più preparati quando torneremo. Abbiamo intenzione di fare un altro viaggio in primavera o in estate. Loro erano molto contenti, siamo rimasti in contatto con l’associazione che ci ha dato la massima disponibilità, visti i risultati ottenuti con questo primo approccio. Ci aspettiamo di poter aprire una finestra sulla loro situazione e quindi di poterli conoscere meglio e che lo Yoga sia per loro un’occasione per imparare a mettere un minimo di distanza tra il turbinio della vita complessa e difficile che devono affrontare e il proprio mondo interiore.

di Concetta Gelardi
 





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