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SCIENZE E TECNOLOGIA

 

28-01-2017

Legge di Moore al capolinea: come sarà il microprocessore del futuro?

Computer e cellulari in soli 50 anni hanno fatto balzi inimmaginabili


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Personal computer e smartphone: l'invenzione di tutte queste tecnologie era stata prevista da Gordon Moore, l’imprenditore californiano co-fondatore della Fairchild Semiconductor e futuro padre di Intel, quando mezzo secolo fa, intervistato nel 1965 da Electronics Magazine, enunciò quella che è passata alla storia come la legge di Moore. Per decenni l'industria informatica, e non solo, si è affidata a questa teoria, che non è una vera legge come quelle che descrivono la gravità o la conservazione dell'energia, bensì la previsione che la potenza del computing sarebbe aumentata drasticamente e i costi relativi sarebbero diminuiti a un ritmo esponenziale ogni 18 mesi («La complessità di un microcircuito, misurata ad esempio tramite il numero di transistori per chip, raddoppia ogni 18 mesi »). Ma che cosa ha significato in concreto?

 

Per entrare nel partico basterà fare qualche esempio. Dal 1965 la legge è stata pressappoco approvata più e più volte: ogni 18 mesi i circuiti integrati seguivano la legge dell’industriale americano. L’elettronica in soli cinquant’anni ha fatto balzi inimmaginabili: se nel 1956 un esemplare del colossale IBM 350 Disk File (pesante circa una tonnellata) era in grado di immagazzinare circa 5MB di memoria nei suoi dischi, oggi in una chiavetta USB da pochi grammi abbiamo una memoria da un Terabyte, circa 200mila monumentali IBM 350. Lo stesso vale se si confronta il mercato dei computer che sono sempre più potenti e costano meno a parità di segmenti di mercato. Non a caso in ogni tipo di tecnologia elettronica, dall'evoluzione dei cellulari a quella dei pc, si è vista negli ultimi 50 anni l’incredibile riduzione delle dimensioni resa possibile dal posizionamento di più transistor in un solo circuito integrato. Senza contare che la capacità di elaborazione che un tempo stava in un’intera stanza, oggi sta sul palmo delle nostre mani, in un normale smartphone.

 

Ma malgrado questa legge “immaginaria” abbia un grande merito, quale quello di aver cambiato il modo in cui pensiamo alla velocità di evoluzione del settore tecnologico e di essere stata a lungo il modello di business che ha dettato un forte stimolo per l’innovazione, il paradigma “più piccoli, più veloci e più economici” è poi crollato. Negli ultimi anni infatti la miniaturizzazione estrema ha portato a un rallentamento nella capacità di crescita esponenziale. In altre parole abbiamo raggiunto la soglia oltre la quale i transitor, rimpicciolendosi, si sono avvicinati a un limite. Come sarà il microprocessore del futuro?  La promessa di una rivoluzione più grande potrebbe arrivare dai computer quantistici, a cui stanno lavorando, fra gli altri, anche Google e IBM potrebbe essere la risposta.

 

di Giulia Bordini
 





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