Strage San Pietroburgo, cosa è successo e dove vanno le indagini Dalle esplosioni alle prime ipotesi circa la provenienza dell’attentatore. C’è un nome - www.Pontilenews.it


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ESTERI

 

04-04-2017

Strage San Pietroburgo, cosa è successo e dove vanno le indagini

Dalle esplosioni alle prime ipotesi circa la provenienza dell’attentatore. C’è un nome


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È stata la casa degli zar, è la città natale di Vladimir Putin. San Pietroburgo colpita dritta al cuore. Un vagone della linea metropolitana blu, intorno alle ore 14:40 (ora locale) della giornata di ieri, è esploso tra le fermate Tekhnologicheskiy Institut e Sennaya Ploshchad, nel centro cittadino, causando almeno 14 morti e 45 feriti. Il presidente Putin, che si trovava a San Pietroburgo per un incontro con il collega bielorusso Alexander Lukashenko, è stato immediatamente informato e si è recato sul posto. E mentre le foto della porta squarciata dall’esplosione fanno il giro del mondo tramite i social network, arrivano le prime notizie più certe: a causare l’esplosione, è stato un ordigno artigianale potenziato con schegge, chiodi e altri pezzi di ferro, abbandonato sul vagone prima della partenza del convoglio. Un altro ordigno, mascherato da estintore e inesploso, è stato rinvenuto alla stazione Ploshchad Vosstaniya.

 

Fuoco, fumo, urla, corpi a terra, terrore. È caccia all’attentatore a San Pietroburgo: «Non è chiaro ancora quali siano le cause, le stiamo vagliando tutte, incluso il terrorismo» afferma Putin durante l'incontro con il leader bielorusso, quando è stato raggiunto dalla notizia. Si passano al setaccio tutti i filmati delle telecamere di sicurezza, e qualche ora dopo inizia a circolare la foto del presunto attentatore: un uomo di mezza età, con barba e copricapo neri. Ma in serata arriva il dietrofront: l’uomo, riconosciutosi nella foto, si è presentato spontaneamente dichiarandosi estraneo alla vicenda. A compiere l'attentato sarebbe stato invece un individuo di nazionalità russa e di origine kirghisa. A renderlo noto il comitato di stato kirghiso per la sicurezza nazionale. Secondo la stampa inglese, che cita sempre i servizi di sicurezza kirghisi, l'attentatore si chiama Akbarzhon Jalilov, è nato a Osh e ha 22 anni. 

 

Iniziano a circolare teorie circa la provenienza dell’artefice (o artefici, per il numero delle bombe) dell’attentato, e inevitabilmente il pensiero corre alla Cecenia. Spina nel fianco per la Russia, la regione del Caucaso – che comprende Cecenia e Daghestan – è abitata da musulmani sunniti, molti dei quali ingrossano le fila dei foreign fighters in Siria e Iraq. La guerra permanente di Putin contro l’islamismo radicale sul fronte interno (Cecenia) ed estero (Siria) ha portato la Cecenia ad essere teatro di scontri sanguinosi sul proprio suolo e su quello russo a partire dagli anni ’90.  L’attentato di ieri alla linea metropolitana blu si inserisce nello scenario di un’ulteriore, cruenta risposta. Ma a distanza di quasi 24 ore, non c’è traccia di rivendicazione. 

 

Messaggi di cordoglio per le vittime russe iniziano ad arrivare da tutto il mondo. «Vicini al popolo russo» twitta il premier italiano Paolo Gentiloni. La Casa Bianca condanna l’attacco con Sean Spicer, portavoce del presidente Trump: «Il mondo deve essere unito per combattere la violenza in ogni forma». «A lei e all'amico popolo russo il sentito cordoglio degli italiani tutti e mio personale», scrive il presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Cremlino. 

 

di Serena Gazzaneo
 





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