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CULTURA

 

27-04-2017

Barbie, calano le vendite. Le crisi che hanno portato al suo 'tramonto'

Per l’azienda produttrice Mattel non è il primo scivolone


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È nata il 9 marzo del 1959, ha 58 anni e inizia a sentirli. Un mito che sembrava intramontabile, quello di Barbie, la bambola più famosa al mondo le cui vendite – dopo anni di successi – sono calate del 13% nei primi mesi del nuovo anno. Un capitombolo per l’azienda produttrice Mattel, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti. L’icona di bellezza e di stili, i più mutevoli degli ultimi sessant’anni, sta subendo la concorrenza di una nuova ondata di “principesse”, capeggiate da Elsa e Anna di Frozen, che sono riuscite nell’intento fallito dalle colleghe dei primissimi anni Duemila come le Bratz: spodestare Barbie perché troppo perfetta, poliedrica, amata, troppo tutto. 

 

È stata giornalista, infermiera, medico, candidata alla presidenza degli Stati Uniti, astronauta, ha combattuto la Guerra del Golfo. Ha fatto innamorare l’altrettanto perfetto Ken, che non ha mai sposato, e lo ha liquidato dopo quasi sessant’anni di vita vissuta insieme per un surfista. Ha girato il mondo tra Parigi, Milano, Londra, Tokio, Berlino. Si è sottoposta a operazioni di restyling che l’hanno resa più “normale”, quando le critiche sul suo fisico perfetto, ai limiti del reale, hanno iniziato a pesare sulla sua esile figura di plastica. Ma non è bastato, Barbie ha perso quel terreno sul quale per 58 anni ha sfilato come una modella in carne ed ossa. A ben vedere però, il calo delle vendite che ha portato allo scivolone “mortale” (a voler essere pessimisti) è stato preceduto da piccole cadute dalle quali la poliedrica icona di plastica si è dignitosamente sempre ripresa. 

 

Barbie, “bella ma stupida”. Nel corso degli anni, il nome “Barbie” ha progressivamente assunto il significato di “ragazza di bell’aspetto ma priva di spessore e stupida”. Non avrà certamente aiutato la sua chioma bionda, che chiama in causa quel binomio biondo-stupidità inviso a tutte quelle ragazze che sono ormai stanche di sentirselo ripetere anche scherzosamente. Ma Barbie non è mai stata una “bionda” qualsiasi: sbarcata sulla Luna con Armstrong, tornata sulla Terra a curare i malati e a prendere la patente, fidanzata con Ken che non ha mai sposato. Barbie non sembrerebbe così “oca”, quindi, ma le femministe sono di tutt’altro avviso: troppa ostentazione che in realtà nasconde la mancanza di un progetto, di un sogno o di una carriera. 

 

Barbie contro la matematica. Nel 1992, la Mattel ha messo in commercio bambole parlanti. Ogni esemplare poteva pronunciare solo una frase delle 270 programmate. Tra le combinazioni di parole possibili, “la matematica è difficile” ha gettato Barbie nella bufera. Un’associazione femminile universitaria ha spinto la Mattel a ritirare i prodotti con la frase incriminata, lasciandole anche l’onere di provvedere a trovare una soluzione per i pezzi già venduti. 

 

Barbie girl e gli Aqua. Nel 1997, il gruppo pop scandinavo Aqua ha pubblicato un singolo dal titolo Barbie Girl contro il quale la Mattel ha intentato una causa per violazione del diritto d’autore. L’episodio ha trovato un epilogo, infelice per l’azienda produttrice della bambola, qualche anno dopo: nel 2002, il giudice Alex Kozinski ha sentenziato che la canzone è protetta come parodia dal primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti.  

 

Barbie cancerogena. Nel marzo del 2005, Greenpeace ha esaminato la composizione di alcuni prodotti per verificare la presenza di sostanze tossiche per la salute dell’uomo. Nel mirino dell’associazione ambientalista sono finiti anche alcuni tipi di Barbie (come Barbie Fashion Fever), ma le accuse sono state smentite da un esperto. 

 

Chi di Barbie ferisce, di Barbie perisce. Nel dicembre 2005, la dottoressa Agnes Nairn, dell’università di Bath (Regno Unito), ha pubblicato una ricerca secondo la quale le adolescenti molto spesso attraversano una fase durante la quale “torturano” le Barbie con cui giocavano da piccole decapitandole, mutilandole e infilandole nel forno a microonde. Per la dottoressa Nairn, è un rito di passaggio, simbolo del rifiuto del proprio passato. Se non volete credere ad Agnes Nairn, credete all’autrice di questo articolo, che di Barbie – ma di proprietà delle sorelle – ne ha decapitate a iosa. 

di Serena Gazzaneo
 





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