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CULTURA

 

18-05-2017

Accanna, scallapizzette: viaggio nell’incomprensibile gergo giovanile

Il modo di parlare come spaccato di un’identità generazionale


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«Ma come parla? Le parole sono importanti»: è con questa espressione che Nanni Moretti, nel ruolo di Michele Apicella, nel film Palombella Rossa, si rivolge a una reporter, interpretata da Mariella Valentini. La colpa di quest’ultima era parlare in un modo particolare, usando prevalentemente termini presi in prestito da una lingua straniera, come kitsch e cheap. Viene da chiedersi cosa direbbe il noto regista e attore di Brunico sentendo il linguaggio giovanile. Un gergo sicuramente nato e favorito dalla diffusione di Internet e dei social network. Basti pensare anche alle semplici abbreviazioni  (cmq, giusto per citarne una) o alla k che sostituisce la ch, roba giusto per semplificare le cose. In barba all’italiano.

 

Non vi è alcun dubbio sul fatto che una lingua cambi, si evolva e che i neologismi, specie in un’epoca fortemente tecnologica, siano sempre dietro l’angolo. Il tutto ha avuto origine con il termine scialla, che ha dato anche vita a un romanzo e in seguito a un film. Ma perché nasce il gergo giovanile? «I ragazzi tendono a usare espressioni in codice. È un modo per capirsi senza troppi giri di parole. Così se due amici si dicono quella ragazza è una cozza o una scallapizzette, i loro coetanei sanno benissimo a cosa si stanno riferendo, ossia a una ragazza non bella»: è questa la spiegazione di Vera Gheno, collaboratrice dell’Accademia della Crusca, in un’intervista rilasciata all’Adnkronos nell’aprile del 2015.

 

Il tutto assume, dunque, quasi una funzione identitaria e di autoaffermazione, se non addirittura un metodo per distinguersi dagli adulti. Il gergo ci offre una sorta di spaccato e di fotografia dell’identità giovanile, delle loro abitudini e del loro modo di essere. Perché, come dice il già citato Michele Apicella, «bisogna sempre trovare le parole giuste». E c’è chi, tra un accanna, un accollo e un bella, trova il suo modo perfetto di esprimersi.

 

                                                                                di Gianpiero Farina

 





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