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SPORT

 

01-06-2017

‘10’ storie di fenomeni

La hall of fame dei numeri 10 più illustri di sempre


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In campo rappresenta il talento, l’estro, la fantasia. All’apparenza è solo un numero, uno come tanti, ma chi la indossa avverte un senso di responsabilità particolare, ha la consapevolezza  di essere il giocatore più rappresentativo, quello che deve dare qualcosa in più alla squadra. È lo status symbol dei fantasisti: è il numero 10. Nella storia del calcio è da sempre sulle spalle di calciatori illustri, che hanno scritto pagine di storia, che hanno emozionato e fatto innamorare tifosi da ogni parte del mondo. Abbiamo cercato di scegliere i 10 migliori di sempre, per talento, classe e senso di appartenenza verso una squadra.


Il recente addio alla Roma di Francesco Totti offre un importante spunto per parlare del valore della maglia numero 10 in Italia e nel resto del mondo. L’ex capitano giallorosso l’ha indossata e onorata per ben vent’anni, esattamente dalla stagione 1996-1997, quando la ereditò dall’uruguaiano Daniel Fonseca. Oggi questa maglia è diventata un caso: sarebbe giusto ritirarla o forse è opportuno che in futuro qualcuno la erediti?
Un caso analogo avvenne nel 2012, anno di addio di Alessandro Del Piero alla Juventus. Le giocate, le emozioni, i gol di Pinturicchio lasciarono un senso di vuoto in tutti i tifosi bianconeri, ma per trovare un sostituto che indossasse quella prestigiosa 10 non dovettero pazientare poi molto. L’ex capitano della Juve, subito dopo il suo addio, dichiarò di non voler ritirare la sua maglia, affinché ogni bambino fosse libero di sognare e magari un giorno di vestire quella autorevole casacca. Due stagioni dopo, la 10 bianconera finì sulle spalle di Paul Pogba, giovane francese promettente che aveva stupito il mondo intero con le sue giocate incredibili e destinato a essere un fenomeno in questo sport. Il valore del giocatore sale vertiginosamente e il Manchester United offre più di 100 milioni alla Juventus per strappare il baby talento, che accetta e passa ai Red Devils.
Da sempre la maglia numero 10 della Juventus è stata portata con onore da fuoriclasse assoluti: a iniziare da Omar Sivori, passando per Michel Platini, Alex Del Piero e Roberto Baggio.
Il Divin Codino, il giocatore italiano più amato di sempre. In serie A ha vestito le maglie di Fiorentina, Juventus, Milan, Bologna, Inter e Brescia. Ovunque egli sia passato ha lasciato ottimi ricordi, perle e magie che i tifosi ricorderanno in eterno. Perché Baggio è il calciatore italiano per eccellenza, perché è patrimonio nazionale, perché, come cantava Cremonini: «da quando Baggio non gioca più, non è più domenica».
Questi tre fenomeni, che incarnano il vero significato del numero 10, hanno emozionato per anni i propri rispettivi tifosi. Ma quando si sono messi a servizio della patria, quando hanno vestito a turno la maglia numero 10 azzurra, ci hanno fatto gioire, esultare, piangere, disperare.
Come quando il 17 luglio 1994 a Pasadena, l’ultimo rigore calciato dal Divin Codino durante la finale dei Mondiali contro il Brasile finì alto, in curva e lo sguardo basso, chino e le lacrime del nostro numero 10 in quel momento rappresentavano al meglio lo stato d’animo di tutta Italia.
O al contrario, quando a Euro 2000 il cucchiaio morbido di Totti si infilò alle spalle di Van Der Sar, mandando in delirio tutto lo stivale.
O ancora, quando Del Piero fece 70 metri di corsa per aspettare il pallone da insaccare alle spalle del portiere della Germania, all’ultimo minuto dei tempi supplementari, in casa loro, in una semifinale dei mondiali. Estasi pura, momenti indimenticabili che hanno fatto la storia di una nazione intera.

 

Se si parla di numeri 10, non si può non citare quelli che sono considerati i due massimi esponenti della storia del calcio: Maradona e Pelè. Due calciatori diversi, due talenti unici, contrapposti, spesso rivali. Argentina contro Brasile, calcio europeo contro calcio sudamericano, ‘el Pibe de Oro’ contro ‘O Rei’. Siamo di fronte alla storia del calcio, a personaggi che hanno segnato epoche intere, generazioni, mostri sacri che hanno trascinato le loro squadre in ogni momento, in qualsiasi modo, anche nel più assurdo. Come quando Diego Armando Maradona quel caldo pomeriggio del 1986 decise di fare tutto da sé. Prese palla, scartò uno, due, tre, quattro, cinque giocatori inglesi e in 11 tocchi depositò la palla in rete, segnando forse il gol più bello di tutti i tempi. E poi, con astuzia e quel pizzico di malizia che lo hanno sempre contraddistinto, allungò una mano e, simulando un colpo di testa, siglò forse il gol più discusso della storia. Per non parlare dei due scudetti al Napoli, realtà ‘piccola’ in confronto alle altre più blasonate potenze d’Italia. Diego in quegli anni era inarrestabile, era il più forte del mondo, non aveva eguali, il suo modo di giocare ha fatto innamorare tutti gli appassionati, figuriamoci una città calda come Napoli.
Prima del fenomeno argentino, c’era stato un altro campione a insegnare calcio tra le fine degli anni '50 e la metà degli anni '70. Edson Arantes do Nascimento, per tutti semplicemente Pelè. Un ragazzo che ha portato in Brasile tre mondiali in 12 anni, segnato più di 1000 gol in carriera, vincendo tutto in patria da assoluto protagonista. A meno di 17 anni firma una doppietta nella finale dei mondiali del 1958 contro la Svezia, trionfa in Cile quattro anni dopo e fa piangere noi italiani nel 1970, quando allo Stadio Azteca di Città del Messico infranse i nostri sogni di diventare campioni del Mondo, dopo la nostra epica semifinale contro la Germania.

 

Brasile e Argentina da sempre sfornano grandi talenti, calciatori eccellenti per tecnica e fantasia. Numeri 10 ideali, appunto. Lionel Andrés Messi è ormai da anni considerato l’erede naturale di Diego Armando Maradona: è quasi un decennio che “la Pulga” è ai massimi livelli del calcio mondiale. Indossa la 10 nel Barcellona, come ha fatto il suo predecessore, dove ha conquistato tre Champions, innumerevoli scudetti e altrettante coppe nazionali. Con il suo club ha vinto tutto, è riuscito ad aggiudicarsi per ben 5 volte il Pallone d’Oro, premio più prestigioso per un calciatore a livello personale, ma in patria non è ancora riuscito a conquistare un Mondiale, che l’Argentina aspetta da 30 anni.
In Brasile, che di talenti eccezionali dal punto di vista tecnico è storicamente piena, quello che più si è avvicinato a "O Rei" è stato senza dubbio Luis Nazario Da Lima, per tutti semplicemente Ronaldo. Il "Fenomeno", secondo alcuni il più forte degli ultimi 20 anni; secondo altri il più forte di tutti. "Ronaldo non è un uomo. Ronaldo è forte come un branco", dirà Jorge Valdano. Due mondiali e due palloni d’oro a cavallo tra la metà degli anni 90 e gli inizi del 2000, quando il Fenomeno è inarrestabile ma, come tutti i supereroi, ha un punto debole: un ginocchio che lo tormenterà nel corso di tutta la sua carriera. Il suo numero di maglia, in realtà, è sempre stato il 9. Una volta arrivato in Italia, all’Inter, il giocatore brasiliano sceglie la maglia numero 10. La indosserà e farà molto bene nel suo primo anno; ma l’anno seguente l’Inter acquista anche Roberto Baggio. Il Fenomeno decide di cedere la sua 10, affidandola in segno di gran rispetto al Divin Codino.

 

Di numeri 10 che hanno fatto la storia del calcio, non possiamo non citare Zinedine Zidane e Michel Platini, che hanno incantato gli occhi dei tifosi juventini e francesi in due periodi di tempo differenti.
Il primo ha conquistato in patria il Mondiale del 1998, per poi macchiare la sua carriera otto anni dopo, nel 2006 in Germania. Materazzi stuzzica Zizou, lui lo stende con una testata e, una volta espulso, passa accanto alla coppa che è sfumata anche per colpa sua o che forse, non è di nuovo nel suo destino.
Le ‘Roi’ Michel una Coppa del Mondo non l’ha mai alzata, ma di trofei personali e di squadra ne conquisterà molti. Verrà eletto dal suo popolo come il giocatore più forte del millennio scorso.
O, ritornando un momento in Brasile, prima Zico, poi Romario, poi Ronaldinho e adesso Neymar sono stati talenti indimenticabili, che hanno esportato e mostrato a tutto il mondo le loro stupefacenti capacità tecniche.
Ricordare e citarli tutti sarebbe impossibile. Non va dimenticato però un ultimo. Anzi, “el ultimo”. Juan Romàn Riquelme, l’ultimo dieci. Il calcio argentino ci ha regalato negli anni favole bellissime, di club piccoli uniti dalla passione di tifosi caldi, appassionati, davvero innamorati. Un calcio vero, romantico, unico nel suo genere. E se nasci in Argentina e hai talento, automaticamente vivi nell’ombra di quel numero 10 che ha marchiato in maniera indelebile la storia del calcio: il già citato Diego Armando Maradona. La perfetta sintesi e descrizione del "Mudo" Riquelme la offre ancora una volta Jorge Valdano, che al momento del ritiro dello storico "diez" del Boca ha usato queste parole: «Chiunque, dovendo andare da un punto A a un punto B, sceglierebbe un'autostrada a quattro corsie, impiegando due ore. Chiunque tranne Riquelme, che ce ne metterebbe sei utilizzando una tortuosa strada panoramica, ma riempiendovi gli occhi di paesaggi meravigliosi». 

 

di Francesco Margiotta

 





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