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SPORT

 

24-07-2017

Antonio Cassano, quando il genio incontra la sregolatezza

Fantantonio ci ripensa di nuovo: lascia il Verona, ma non il calcio giocato


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È il 18 novembre 1999: allo Stadio San Nicola i padroni di casa del Bari affrontano l’Inter di Vieri e Baggio; la partita è equilibrata e fino al minuto 87’ il punteggio è di 1-1. Poi un lampo di genio, una magia, una prodezza decide l’incontro: un giovane 17enne barese parte da centrocampo, salta tutta la difesa nerazzurra e segna. Quella sera, in quello stadio, inizia la carriera di Antonio Cassano. Qualche anno dopo, qualche gol dopo e qualche “cassanata” dopo, il talento di Bari Vecchia dichiara che senza quel gol probabilmente oggi nessuno conoscerebbe quel ragazzo. E forse tutti torti non ha.

 

Sì, perché il talento c’è, ed è anche notevole, ma da solo non basta. Ci vuole professionalità, impegno, sacrificio: termini sconosciuti a Fantantonio. E allora dopo il Bari viene la Roma, piazza grande, importante, di prestigio. 42 gol in 5 anni e mezzo, alti e bassi, qualche colpo di genio e le prime “cassanate”: lo ricorderà bene il signor arbitro Rosetti che, reo di non avergli concesso un calcio di punizione, venne insultato gratuitamente e chiamato «cornuto» davanti agli 80.000 increduli di San Siro. Nonostante qualche sciocchezza di troppo, la chiamata della vita arriva nel 2006: il Real Madrid dei Galacticos lo vuole a tutti i costi. Non capita tutti i giorni a 24 anni di giocare in una squadra che passerà alla storia forse come la più forte di sempre, piena di stelle, piena di campioni da cui si può soltanto imparare. Cassano, però, ha idee diverse e a Madrid lo ricorderanno soltanto per la “particolare” pelliccia indossata il giorno della presentazione al Bernabeu o per la celebre imitazione del suo allenatore Fabio Capello, che ovviamente non la prese bene.

 

Altro giro, altra corsa, altro treno che passa. Agosto 2007, Cassano è della Sampdoria. Non una big come il Real, certo, ma un buon punto di ri-partenza. Qui resta 4 anni, segna 41 gol e fa una valanga di assist, riporta la Samp a giocare una finale di Coppa Italia e soprattutto, in coppia con Pazzini, riporta i blucerchiati in Champions League, con uno storico quarto posto conquistato nella stagione 2009-2010. Ecco, queste sono le cose buone fatte da Fantantonio con la Doria. Ma come non ricordare il minaccioso «ti aspetto qua» con tanto di scenata da circo all’arbitro Pierpaoli che lo aveva, a suo avviso ingiustamente, espulso. E ancora il controverso rapporto con il presidente Garrone, prima quasi un padre per lui, poi un vero e proprio nemico.

 

Il travagliato rapporto con il presidente (scomparso nel 2013) compromette anche la sua avventura alla Sampdoria, ma su di lui c’è il Milan. Vive un Europeo da protagonista, arrivando in finale in coppia con l’altro “italian bad-boy” Mario Balotelli e approda a Milano, sponda rossonera. «Sopra il Milan c’è solo il cielo», le sue prime parole, talmente credibili che dopo un anno e mezzo va all’Inter, la rivale di sempre. Quell’Inter che era nel suo destino, la squadra che tifava da bambino, la squadra che, a detta sua, lo ha reso famoso. Ma anche qui, non dura molto. Un anno, una decina di gol e via, altra maglia: Parma.

 

Per un anno sembra tornare quello di un tempo: lampi di genio, forma fisica quasi ritrovata, continuità di gioco. Ma, come sempre, è illusione: dura poco, due anni e torna alla base, dove nonostante tutto si è trovato bene, dove è diventato un uomo, dove ha conosciuto sua moglie, dove ha costruito una famiglia: di nuovo Genova, di nuovo Samp. Ma neanche questa s-volta è quella giusta, anzi, è un vero disastro: il primo anno colleziona la miseria di due partite, mentre nella scorsa stagione appena conclusa, viene addirittura messo fuori rosa, abbandonato, scaricato, ad allenarsi con la primavera.

 

Allora forse smette lui, forse si rassegna, forse non lo vuole più nessuno. E invece no, qualcuno ancora crede in lui: la neo-promossa Hellas Verona prova a fargli tornare la voglia di rimettersi in gioco, di tornare a sentire l’odore dell’erba, in coppia con Pazzini, sì, quello della Champions con la Samp. Ma Antonio è stanco, convoca una conferenza in cui dice di “avere nostalgia di casa”, ma dopo qualche ora fa dietro-front e ammette: «stavo per fare la cazzata più grande della mia vita».

 

Allora davvero ci ha ripensato, davvero si rimette in gioco? Macché, è solo l’ennesimo inganno di una carriera troppo spericolata, di un giocatore potenzialmente incredibile, di un esteta di questo sport, che, purtroppo, la testa sulle spalle non l’ha mai avuta.Oggi Antonio Cassano ci ha ripensato di nuovo: lascia l’Hellas Verona, ma dice di non smettere con il calcio, perché forse a 35 anni ha ancora qualcosa da regalarci o magari è soltanto un’altra, l’ennesima, l’ultima illusione. 

 

di Francesco Margiotta

 





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