Italia, delusione mondiale. Chi siamo stati, chi siamo ora e che ne sarà di noi? La storia della Nazionale Italiana di calcio attraverso le gioie e i dolori mondiali - www.Pontilenews.it


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SPORT

 

15-11-2017

Italia, delusione mondiale. Chi siamo stati, chi siamo ora e che ne sarà di noi?

La storia della Nazionale Italiana di calcio attraverso le gioie e i dolori mondiali


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LE “LUCI A SAN SIRO” NON SI ACCENDERANNO PIU’. Minuto 95 di Italia-Svezia, l'arbitro spagnolo Mateu Lahoz fischia tre volte. La partita è finita 0-0 e, per la seconda volta nella storia, l'Italia non parteciperà ai Mondiali di calcio. Sembrava impensabile, eppure è accaduto: il sistema calcistico italiano è in crisi da tempo, ma questo è probabilmente il più grande dramma sportivo della nostra storia. Perché gli italiani sono un «popolo di santi, poeti e navigatori», ma anche di grandi calciatori: ce lo dicono i numeri, ce lo insegna la storia.  

 

LA STORIA "MONDIALE" DELL'ITALIA. Il calcio degli anni ‘30 non era evoluto, era il calcio senza tattica, era il calcio con i palloni di pezza e i portieri senza guanti: lo sport era visto piuttosto come uno strumento di aggregazione sociale per favorire l'unità nazionale. Il primo Campionato mondiale di calcio fu organizzato in Uruguay nel 1930: la Federazione Italiana tuttavia decise di non partecipare all'evento, per via del lungo e costoso viaggio transoceanico. Ma già quattro anni dopo iniziammo a farci conoscere in tutto il mondo: il Mondiale venne giocato proprio in Italia e gli uomini di Vittorio Pozzo conquistarono per la prima volta il trofeo più importante per una Nazionale, battendo in finale ai supplementari la Cecoslovacchia per 2-1. Nel 1938, in Francia, la Nazionale Italiana riuscì addirittura a bissare l'impresa del '34: il 19 giugno, in finale, una scoppiettante vittoria per 4-2 ai danni dell'Ungheria permise all'Italia di vincere il secondo Mondiale consecutivo. Poi la seconda guerra mondiale, la sospensione del Campionato del Mondo e la ripresa. Siamo nel 1950, in Brasile: l'Italia è inserita in un girone a tre con Paraguay e Svezia e India. In situazioni come queste basta perdere una partita e si è fuori. Ed è ciò che accadde: proprio la Svezia eliminò gli azzurri in una partita vinta per 3-2. Fuori ai gironi anche in Svizzera, nel 1954, eliminati con un secco 4-1 proprio dai padroni di casa. Quattro anni dopo, per la prima volta nella storia, l'Italia fallì la qualificazione a un Mondiale, condannata, come lunedì sera, allo spareggio. Il Campionato del mondo del 1958 si giocò (ironia della sorte) in Svezia e un'ostica e affamata Irlanda Del Nord costrinse alla resa gli azzurri nella gara di ritorno, superandoli per 2 reti a 1. Questa sconfitta fu vista come un crollo del calcio italiano e, mentre il brasiliano Pelè incantò il mondo per oltre un decennio, l'Italia continuò a collezionare scarsi risultati. Il Cile nel 1962 e la Corea Del Nord nel 1966 ci inflissero altre due cocenti sconfitte. Questo periodo di crisi però venne superato brillantemente grazie all'ascesa di una generazione di calciatori forti e valorosi (Riva e Rivera su tutti), che nel 1970, in Messico, fecero sognare un intero Paese, per poi crollare sotto i colpi del fenomeno Pelè. Il 17 giugno 1970, allo stadio Azteca di Città del Messico, andò in scena quella che passerà alla storia come "la partita del secolo": Italia-Germania dell'Ovest nei 90 minuti terminò 1-1. Al termine dei tempi supplementari, il punteggio finale fu di 4-3 dopo un'altalena di emozioni che ebbe il culmine al gol decisivo di Gianni Rivera, ricordo dolce e indelebile per ogni tifoso italiano. Soltanto due giorni dopo però, in finale, la stanchezza giocò un ruolo fondamentale e l'Italia perse 4-1 contro il Brasile. Il Mondiale successivo, quello del 1974 in Germania dell'Ovest, vide l'Italia uscire ai gironi per una differenza reti minore rispetto all'Argentina. Argentina che fu la patria del Campionato del mondo del 1978, in cui un'ottima Italia vide svanire il sogno del terzo trionfo in semifinale, rimontata da un'Olanda che era addirittura passata in svantaggio. 

 

DA UN TRIONFO A UN ALTRO, PASSANDO PER LE "NOTTI MAGICHE". Il Mondiale del 1982 rimane probabilmente la pagina più gloriosa della Nazionale Italiana. Milioni di italiani in quel mese spagnolo vivono un sogno, si emozionano, soffrono e alla fine trionfano tutti uniti, tutti sotto la stessa bandiera tricolore. La storica telecronaca di Nando Martellini che urla tre volte «Campioni del mondo!» nella notte del Bernabeu, il presidente Sandro Pertini con le mani rivolte verso il cielo di Madrid, l'esultanza liberatoria di Marco Tardelli al gol del 3-0 nella finale contro la Germania, il fenomeno "Pablito" Rossi, i miracoli di Dino Zoff, la semplicità e la vittoria di un grande commissario tecnico come Enzo Bearzot, l'intero popolo italiano in festa. Momenti che un tifoso italiano difficilmente potrà rimuovere dalla memoria. Quattro anni dopo, nei Mondiali di Messico 1986, la storia non si ripete. Bearzot convoca tutti i campioni del mondo in carica per dare ancora più valore all'impresa di Spagna '82, ma agli ottavi di finale la Francia di Michel Platini regola gli azzurri con un netto 2-0. L'occasione per riscattarci arriva, proprio in casa nostra, nel Campionato del mondo di Italia del 1990. “Le notti magiche” cantate da Bennato e Nannini, un Roberto Baggio fenomenale, il bomber di provincia eroe per un'estate Totò Schillaci, una favola che sembra avere un lieto-fine, distrutta dalla maledizione degli 11 metri. I calci di rigore, croce e delizia nelle nostre avventure mondiali: nella notte del San Paolo in semifinale, il portiere dell'Argentina Goycochea mette fine ai sogni di speranza azzurri. Stesso beffardo destino, stessa maledetta sorte quattro anni dopo, ai Mondiali di Usa 1994. Questa volta siamo in finale, contro un Brasile che non è più quello di Pelè e che non è ancora quello di Ronaldo. Ma ancora una volta, il 17 luglio 1994 a Pasadena, la lotteria dei rigori è nemica per gli azzurri: Roberto Baggio, il Divin Codino, forse il giocatore più amato della storia della Nazionale Italiana, ci ha presi per mano e condotti in finale, ma il suo calcio di rigore finisce alto e il Brasile è di nuovo campione del mondo. I Mondiali disputati negli anni '90 sono caratterizzati dalla sfortuna e dalla scarsa precisione dagli 11 metri. Anche in Francia, nel 1998, gli azzurri arrivano ai quarti di finale e contro i padroni di casa la partita termina 0-0. Si va di nuovo ai calci di rigore: Gigi Di Biagio nella notte di Saint-Denis sbatte su una traversa che fa piangere milioni di italiani. 
Il Mondiale del 2002 è un'autentica beffa per l'intero calcio mondiale. L’Italia può contare su giocatori forti, giovani e di gran carisma: è l'Italia di Buffon, Nesta, Cannavaro, Maldini, Totti, Del Piero, Vieri, giocatori che hanno fatto la storia con la maglia azzurra. Ma tra l'Italia di Giovanni Trapattoni e il quarto trionfo mondiale si inserisce Byron Moreno (che nel 2010 verrà arrestato all'aeroporto di New York con 6 kg di droga nei pantaloni), arbitro ecuadoriano che falsa totalmente la partita contro i padroni di casa della Corea del Sud e ci spedisce a casa.  
La vendetta, però, è un piatto che va servito freddo e la migliore occasione per il riscatto è il Mondiale del 2006 in Germania. L’Italia non è tra le favorite: Totti e Del Piero non hanno più la freschezza dei vent'anni, neanche Buffon e Cannavaro sono più dei ragazzini, Maldini e Vieri non sono nemmeno convocati, il primo per scelta personale, il secondo per scelta del commissario tecnico Marcello Lippi. Quel gruppo, però, stupisce il mondo intero, passa agevolmente i gironi, supera a fatica in 10 contro 11 l'Australia grazie a un rigore nel finale di Totti, asfalta l'Ucraina e approda in semifinale dove ad attenderli ci sono i super favoriti: i padroni di casa della Germania. La partita è equilibrata, avvincente, ma termina senza reti: lo spettro dei calci di rigore aleggia di nuovo nella notte di Dortmund, ma a meno di due minuti dal fischio finale, prima Fabio Grosso e poi Alex Del Piero ci portano dritti in finale, per un altro, nuovo, imperdibile appuntamento con la storia. È il 9 di luglio del 2006, è l'Olympiastadion di Berlino, è la finale dei Mondiali, è Italia-Francia. Un calcio di rigore trasformato da Zinedine Zidane sembra spianare la strada ai francesi, ma un colpo di testa di Marco Materazzi sugli sviluppi di calcio d'angolo riporta il punteggio in parità. Si susseguono poi una marea di emozioni, una dietro l’altra: grandi interventi dei portieri, legni colpiti, gol annullati e una testata che farà il giro del mondo: quella rifilata da Zidane a Materazzi. Il punteggio però non cambia e dopo 120 minuti, il risultato è di 1-1. Di nuovo i rigori, di nuovo quegli 11 metri che tanto male hanno fatto agli italiani, ma stavolta la dea bendata decide che è arrivato il momento di tornare a festeggiare: l’errore di Trezeguet è fatale e l’ultimo rigore è affidato a Fabio Grosso, uomo copertina di Germania 2006. Negli occhi di Grosso c’è il peso di una nazione intera, nel suo sguardo glaciale c’è la concentrazione di un popolo, nel suo piede sinistro c’è in ballo la storia del calcio. Grosso parte, il pallone si infila nell’angolo alto destro, spiazzando il portiere francese Barthez. L’Italia è di nuovo sul tetto del mondo. 

 

DALLE STELLE ALLE STALLE. Si riparte per difendere quel titolo mondiale, ma la rosa non è più la stessa di quattro anni prima. Sudafrica 2010 è un vero e proprio disastro, eliminati ai gironi da Paraguay, Slovacchia e Nuova Zelanda, raccogliendo la miseria di 2 punti in 3 gare. E non va meglio neanche l’ultimo mondiale disputato dagli azzurri, quello in Brasile nel 2014. L’Italia parte bene battendo l’Inghilterra nel match d’esordio, poi perde con il Costa Rica e si gioca tutto nell’ultima sfida con l’Uruguay. Ma perde anche quella: di nuovo a casa, di nuovo ai gironi.  

 

E LA CHIAMANO ESTATE, QUESTA ESTATE SENZA TE… Sembrava essere arrivati a un punto di svolta, qualcosa avrebbe dovuto cambiare, a partire dalle radici, per presentarci ai mondiali di Russia 2018 e fare la nostra bella figura, perché la storia ci impone questo, perché gli avversari devono temerci, perché siamo l’Italia. Dove non siamo arrivati con la tecnica, ci siamo arrivati con il cuore, con la grinta. Ci rivediamo perfettamente nel nostro inno nazionale: noi lottiamo, sudiamo, combattiamo, ‘siam pronti alla morte’ per difendere il nostro Paese. Ma purtroppo ai prossimi Mondiali l’Italia non ci sarà. Non andare in Russia fa male. Fa male perché la Nazionale Italiana di calcio è sempre riuscita a tenere unito un Paese, nei trionfi e nei tonfi, nelle conquiste e nelle cadute. Fa male perché durante queste notti d’estate non staremo abbracciati con la mano sul cuore a cantare l’inno di Mameli. Fa male perché grandi e piccini non dipingeranno il loro volto di verde, bianco e rosso. Fa male perché non sfileremo in piazza a festeggiare una vittoria. Fa male perché il prossimo Mondiale a cui possiamo aspirare ci sarà nel 2022. Come spesso accade in queste situazioni di difficoltà, si cerca sempre un colpevole, un capro espiatorio, che in questa circostanza è il ct Gian Piero Ventura. Il tecnico genovese ha le sue evidenti responsabilità, per non essere riuscito a trovare un modulo adatto ai giocatori in rosa, per aver dato spazio a calciatori non al top della forma e non essere riuscito a motivarli e per aver lasciato in panchina uomini in forma straordinaria (Insigne ed El Shaarawy su tutti). Non esente da colpe neppure il presidente della Figc Carlo Tavecchio e ovviamente tutti i calciatori sono finiti sul banco degli imputati. Tuttavia il periodo buio, la crisi del calcio italiano parte dai campi di periferia e arriva nei grandi stadi di Serie A: l’intero sistema calcistico italiano ha toccato il fondo lunedì sera, lunedì sera il calcio italiano è sprofondato. Per risalire c’è bisogno di una rivoluzione che parta dalle radici: una valorizzazione dei calciatori italiani, un rinnovamento dei settori giovanili e un pizzico di coraggio nel far scendere in campo calciatori italiani giovani nel nostro campionato. I modelli sono il Belgio e la Germania, dove i giocatori poco meno che ventenni sono titolari in grandi squadre, iniziano a sopportare grandi pressioni, giocano partite delicate e approdano in Nazionale con un bagaglio di esperienza e fiducia nei propri mezzi superiore alla media. Una generazione di giovani italiani non avrà la fortuna di disputare un Mondiale, mentre chi ha scritto la storia con la maglia azzurra addosso non chiuderà la propria gloriosa carriera in Russia, come un popolo intero voleva, come un intero Paese si augurava. Due eroi di Germania 2006, due bandiere, due guerrieri come De Rossi e Barzagli hanno detto addio alla Nazionale in una serata amara come quella di lunedì, così come Gigi Buffon. 175 volte a difendere la nostra porta, 175 volte a cantare l’inno con gli occhi chiusi e la mano sul cuore, 175 gare di parate, esultanze, gioie e dolori che ha condiviso con il popolo italiano per oltre un ventennio. Ieri sera per l’ultima volta Gigi ha indossato la maglia numero 1 e portato al braccio quella fascia da capitano, e alla fine non è riuscito a trattenere l’emozione. Le lacrime di un leader, di una bandiera come Buffon segnano la fine di un’era e magari, chissà, l’inizio di un nuovo ciclo che ci renda orgogliosi, ancora una volta, di essere italiani. 

 


di Francesco Margiotta

 





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