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CRONACA

 

10-02-2018

Foibe, il giorno del ricordo: una memoria per troppo tempo dimenticata

Solo nel 2005 il Parlamento ha istituito la giornata del ricordo


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Oggi 10 febbraio è il giorno stabilito in cui si ricorda il dramma delle foibe istriane e il tragico esodo di centinaia di migliaia di italiani dalla Jugoslavia, dal 1943 al 1947, nel pieno della seconda guerra mondiale. Per questa occasione sono stati indetti cortei e manifestazioni in memoria delle tante vittime: CasaPound e Forza Nuova, i principali promotori degli eventi a Torino e Roma, ma anche un comitato di autonomi e antifascisti. Al momento non è stato imposto alcun divieto, ma si attendono tensioni.

 

«Organizzare cortei dell'estrema sinistra in quel giorno significa soffiare sul fuoco» ha dichiarato il segretario e candidato premier di CasaPound Simone Di Stefano in conferenza stampa. La necessità del politico di prendere le distanze dalla partecipazione alla giornata del ricordo di movimenti politici opposti alla propria, testimonia come questi avvenimenti storici siano diventati una vera e propria bandiera dell'estrema destra. A conferma di ciò un post su Facebook del consigliere CasaPound del X Municipio Luca Marsella, in cui addita i partigiani italiani dell'Anpi come «complici del massacro». Un risultato, questo, dato dalla lettura della vicenda in un'unica chiave ideologica, guidata da uno spirito anticomunista, che non ha fatto altro che ritardare una più accurata ed oggettiva analisi storica. Per quasi cinquant'anni, infatti, sul dramma del massacro degli italiani istriani nelle foibe si è mantenuto il silenzio, solo nel 2005 il Parlamento ha istituito la giornata del ricordo.

 

I tragici avvenimenti hanno inizio subito dopo la firma dell'armistizio, l'8 settembre del '43, per raggiungere il culmine della violenza con l'occupazione di Trieste, Gorizia e l'Istria da parte delle truppe del maresciallo Tito. L'estrema violenza dei partigiani slavi di Tito esplose in una cieca e sanguinaria vendetta in risposta alla cosiddetta “italianizzazione fascista” attuata dal regime di Mussolini negli anni prima della guerra: la lingua e la cultura slava vennero contrastate con durezza per imporre l'italianità, secondo un disegno di nazionalizzazione forzata. Minacce, torture, persecuzioni, una vera e propria pulizia etnica degli italiani, proseguirono fino al '47, quando venne fissato il confine tra Italia e Jugoslavia. Ma il dramma degli italiani istriani e dalmati continua: da perseguitati ad esuli. Migliaia di persone fuggono dal terrore, ma non trovano in Italia, in quello che dovrebbe essere il loro paese, una grande accoglienza. Ignorati sia della società civile, che da quella politica: Tito era infatti sì a capo di un regime comunista, e quindi un nemico ideologico dell'Occidente, ma non essendo allineato con l'Unione Sovietica, risultava al tempo stesso un alleato strategico.

 

Tuttavia, da un'analisi scevra di ideologia emerge come le vittime delle foibe siano state vittime di una politica improntata sul nazionalismo novecentesco europeo: stati-nazione identitari e razze dominanti gli elementi caratterizzanti di questa visione del mondo. In Jugoslavia non c'era posto che per i soli slavi. I successori di questa impronta politica vanno ricercati in coloro che elevano il concetto di nazionalità al pari di quello del “popolo-Nazione”, negando una società multiculturale e una convivenza tra popoli. Per questi motivi, la giornata del ricordo non dovrebbe avere né colore politico né essere oggetto di strumentalizzazioni semplicistiche, dal momento che, come ha scritto il Capo dello Stato Sergio Mattarella, le foibe sono «una tragedia provocata da una pianificata volontà di epurazione su base etnica e nazionalistica». 

 

di Eleonora Savona

 

 





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