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ESTERI

 

17-04-2018

Cosa succede in Medio Oriente? Caos e guerre: il mondo resta a guardare.

Ci siamo chiesti a cosa è dovuto questo silenzio.


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Damasco, Tunisi, distano circa due o tre ore di aereo da Roma.  C’è guerra, caos, da anni. Eppure, malgrado la ferocia, l’uso di armi chimiche, il massacro di popolazioni intere, siti archeologici, città, non si protesta, non si scende in piazza, non si grida come si fece per il Vietnam o anche solo per la guerra in Iraq. Nessuno parla in modo esplicito. Perché?

 

Partecipiamo ad un panel di discussione durante il Festival internazionale di giornalismo di Perugia dal titolo “Strategie di sopravvivenza per giornalisti in Medio Oriente”. Ci colpiscono soprattutto due interventi: quello di Lina Attalah direttrice del sito MadaMasr e la corrispondente del The Times, Bel Trew dall’Egitto.

 

Ci dicono che sono stati oscurati 400 siti web, non si sa né chi l’abbia fatto, né come. L’unica spiegazione che è stata data dalle autorità è che probabilmente erano siti che dicevano menzogne. “Ogni volta che esci di casa o che fai un’intervista rischi di essere fermato dalla polizia militare o polizia civile, o falsi gendarmi. I giornalisti locali vengono processati, gli inviati, che hanno in mano il passaporto, dopo 28 fermi possono essere arrestati. Non ti puoi fidare di nessuno, non puoi andare in un albergo o in un ristorante perché sei segnalato e subito spiato. Quello che salva, in parte, è il senso forte di comunità che ti difende, le fonti sicure che vanno comunque protette, le App criptate, la solidarietà internazionale che dopo il caso di Giulio Regeni è sempre più sospettosa.”

 

Le possibilità di capire cosa succede in Medio Oriente sono scarse, ma a parte la situazione politica che lasciamo in mano agli esperti, ci siamo chiesti a cosa sia dovuto questo allarmante silenzio. Possiamo fare un elenco probabile sulla questione Siria: non è chiaro chi siano i buoni e chi i cattivi; non si riesce ad identificare chi butta le bombe che uccidono i civili; ci sono molti interessi economici in gioco, al punto che nessuna nazione può considerarsi non coinvolta; c’è il complottismo che fa credere tutto e il contrario di tutto. Si pensa che le guerre siano pretesti per alimentare il mercato delle armi; i giornalisti non riescono ad entrare e le fonti locali sono contraddittorie. Inoltre la gente è stanca di sentir parlare di guerra, è spaventata dai terroristi.

 

A prescindere da tutto, quello che stupisce è: il silenzio. Dove sono i pacifisti, chi si raduna in piazza a difendere la vita o le famiglie, tutti quelli che difendono la libertà, la lotta alle mafie e ai poteri o anche le miriadi di associazioni a favore dell’infanzia, delle donne, quelle contro i soprusi di ogni genere? Silenzio. Voci sporadiche sui social, articoli sparsi con annesse bufale di ogni tipo.

 

Il dibattito è concentrato su pro o contro Assad in un clima da guerra fredda con missili compresi. Paura? Definiamola in qualsiasi modo ma non è una guerra santa, non è una guerra per la libertà, né per la democrazia. E’  un eccidio sotto gli occhi di tutti. Ce la sentiremo in un futuro di dire che non ne sapevamo niente? Che non siamo scesi in piazza nel tentativo, per quanto forse inutile, di fermarla? Possiamo dire che siamo rimasti a guardare, che c’era caos e che potevamo limitarci ad accogliere, anche mal volentieri, i profughi.

 

Consideriamo anche il fatto che la Siria, forse più degli altri paesi, era uno stato ricco, la gente aveva case e lavori dignitosi non molto diversi dai nostri, c’era corruzione e giustizia sommaria ma con “il dittatore” Assad tutti i paesi del mondo hanno fatto affari di ogni genere. Combattere le dittature significa anche non fare accordi economici con paesi che non rispettano la dignità umana. Questa però è un’altra storia.

di Concetta Gelardi
 





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