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CRONACA

 

21-04-2018

Bullismo, violenza e social media: relazione pericolosa o percezione alterata?

Atti di violenza tra assenza di limiti, carenze educative e tecnologie


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Episodi di bullismo e di violenza sono ormai all’ordine del giorno e sempre più protagonisti dei fatti di cronaca. Gli ultimi due casi di bullismo nelle scuole, a Lucca e a Velletri, ad esempio, hanno scosso l’opinione pubblica, in quanto le vittime della violenza sono le figure più autorevoli tra le mura scolastiche, ossia i professori. La percezione che si ha, dunque, è quella che il bullismo sia  un fenomeno fortemente in crescita e fuori controllo. Ma è proprio così?

 

Stando a un sondaggio condotto dal Centro Pio La Torre su 2.500 studenti, 1 ragazzo su 3 avrebbe assistito personalmente ad atti di bullismo, quasi il 90% pensa sia un fenomeno molto diffuso all'interno delle scuole e il 42% pensa che sia proprio la scuola il contesto in cui si faccia uso della violenza. Un’indagine condotta da  Amnesty International-Doxa rivela che per quasi la metà degli intervistati il fenomeno del bullismo è sì in aumento, ma la responsabilità è dei social media sia per la grande risonanza garantita e sia per il clima di discriminazione e incitamento all’odio che diffondono. E mentre gli indagati salgono a sei per i fatti di Lucca e a tre per quelli di Velletri — con l’accusa di minaccia e oltraggio a pubblico ufficiale i primi, e di violenza privata e minacce gravi i secondi — e i consigli d’istituto discutono sulle possibili bocciature dei ragazzi coinvolti, Daniele Novara, direttore del Centro Psicopedagogico per l'Educazione e la Gestione dei Conflitti, va contro corrente.

 

Secondo l’esperto  non ci sarebbe un reale aumento del fenomeno del bullismo, che troppo spesso sarebbe confuso con normali dinamiche che vengono a crearsi tra coetanei, catalogabili come episodi di disturbo. In un’intervista riportata dall’ANSA, spiega che i requisiti necessari perché si possa parlare di bullismo sono tre: la prepotenza intenzionale e orientata a creare un danno, la continuità temporale e la condizione di inferiorità palese della vittima che ne determina l’incapacità a reagire. «Per noi il bullo è un ragazzino gradasso e prepotente, non un violento efferato. In questo modo si diffonde un allarme ingiustificato» afferma Novara. E continua: «Ad esempio da alcune statistiche emerge che alle elementari un bambino su due sarebbe vittima di bulli, eppure a ben vedere non parliamo di atti di violenza, ma solo di episodi di disturbo».

 

Questi comportamenti deviati e devianti, sono comunque sintono di una carenza educativa da parte delle famiglie. I ragazzi non riescono a percepire i limiti, a gestire i conflitti e a instaurare dinamiche relazionali consone con i coetanei se non ricevono una base educativa adeguata. Le tecnologie certamente aggravano la situazione, ma secondo il professor Novara non sono il problema: «I genitori devono controllare i telefonini dei figli fino a 15 anni, impedirne l'uso di notte, regolare l'uso diurno. Inoltre, fino a 13 anni non bisognerebbe usare gli smartphone, i bambini sono troppo immaturi per usarli in modo adeguato».

 

di Eleonora Savona

 





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