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POLITICA

 

10-04-2019

MiFID II, il “mistero” del rendiconto. Il 2019 sembra promettere bene


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In Grecia si chiamavalogon didonai”, e rappresentava uno dei momenti fondamentali, ma diciamo anche fondanti, della democrazia antica. In sostanza, si trattava dell’obbligo di rendiconto, letteralmente “dare parola”; dare conto, quindi, del proprio operato. Coloro che avevano ricoperto un incarico pubblico, tanto uno di quelli previsti a sorteggio quanto le cariche elettive, non potevano sottrarsi a questo passaggio. Rendiconto delle spese, certamente, ma anche delle azioni introdotte. Se l’incarico non era stato svolto per il bene della polis, le conseguenze potevano essere molto dure, fino a spingersi alla pratica dell’ostracismo (una sorta di esilio, che in Grecia significava, per i più, la morte civile, poiché gli stranieri non avevano diritti politici fuori dalla polis di appartenenza).

 

Il rendiconto è rimasta una prassi importante per garantire la trasparenza di quanto si è fatto, agendo nell’interessi di altri. Vale per la politica, naturalmente, ma anche per gli investimenti. La MiFID II, la direttiva comunitaria in vigore dal 3 gennaio del 2018 che regola il mondo della consulenza finanziaria, lo prevede espressamente. In Italia, però, le cose sembrano aver incontrato qualche intoppo (prevedibile/previsto).

 

La rendicontazione della gestione del capitale non è stata introdotta dalla MiFID II. Inevitabilmente, quando un cliente decide di affidare il proprio denaro ad una società di gestione del risparmio, indipendente o meno, si aspetta, oltre ad ottenere un ritorno economico, anche di sapere come sono stati utilizzati i suoi soldi. È un principio basilare, c’è sempre stato. Il problema è che, fino alla MiFID II, il resoconto dei movimenti era alquanto sintetico, per usare un eufemismo. Era sufficiente inviare al cliente il costo dell’investimento in termini percentuali, cosa che rendeva al secondo molto più complicata la comprensione reale delle spese di gestione. Ora invece, la rendicontazione deve essere molto più dettagliata, espressa anche in cifre assolute, e tutti i movimenti devono essere riportati con precisione.

 

L’obiettivo della MiFID II è quello di accorciare il gap tra consulente, esperto di finanza e cliente, il più delle volte ignaro di quanto oscuro sia il pertugio nel quale ha infilato il proprio capitale. Ciò può avvenire solo se al cliente non viene nascosto nulla di quanto sta avvenendo con il denaro che ha affidato alla società di consulenza. Il problema, tuttavia, sorge quando le comunicazioni sono costrette a riportare notizie poco esaltanti.  

Il 2018, infatti, è stato un anno di particolarmente positivo per gli investimenti, e diverse società, se non quasi tutte, si sono trovate nella situazione di dover mettere molti “meno” nei rendiconti finali. Per questa ragione, probabilmente, i rendiconti, previsti per inizio anno, non sono stati ancora inviati. Le società di gestione del risparmio si sono difese sostenendo di voler aspettare ancora qualche mese, per prendere la mano nella nuova modalità prevista dalla MiFID II, e magari giungere ad una rendicontazione coordinata tra i vari soggetti. L’impressione, tuttavia, è che si stiano attendendo tempi più felici, per non scontentare troppo i clienti.

 

Il 2019, in tal senso, sembra promettere bene. Le società di consulenza indipendente, che offrivano già una rendicontazione più dettagliata, si sono dette già pronte per il passo in avanti, ma ad oggi solo MoneyFarm ed Euclidea Sim hanno rotto gli indugi, svolgendo in qualche modo il ruolo da apripista. Per maggio, altre società dovrebbe adeguarsi, poi con l’estate le operazioni dovrebbero essere portate a termine. Per la gioia (forse) dei clienti.

 





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