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ESTERI

 

22-08-2015

Sacco e Vanzetti: storia di emigrati italiani condannati a morte

Ricorre l'anniversario della morte di Sacco e Vanzetti, gli anarchici italiani condannati alla sedia elettrica dagli Usa il 23 agosto 1927


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Era il 23 agosto 1927. Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, anarchici italiani emigrati negli Stati Uniti, venivano condannati alla sedia elettrica con l’accusa di aver ucciso, nel corso di una rapina, il cassiere e la guardia giurata del calzaturificio Slater and Morril. I dubbi sulla loro responsabilità e la confessione di un detenuto portoricano che li mostrava innocenti non valsero a nulla: Sacco e Vanzetti furono condannati a morte. Nel penitenziario di Charlestown, a distanza di sette minuti l’uno dall’altro, furono legati alla sedia elettrica e vi persero la vita in un giorno di agosto di ottantotto anni fa.

 

Sacco era un ciabattino della provincia di Foggia; Vanzetti un pescivendolo del cuneese. Il 23 agosto 1977, a cinquant’anni esatti dalla loro morte, Michael Dukakis, durante il suo primo mandato di governatore del Massachusetts, riabilitò la memoria di Sacco e Vanzetti ammettendo che con ogni probabilità, nel giudicare i due anarchici, erano stati commessi errori e ingiustizie.

Era proprio “ingiustizia” la parola che dominava le opinioni sulla vicenda: la sensazione generale era che alla base del verdetto di condanna di Sacco e Vanzetti vi fosse nient’altro che la politica del terrore che caratterizzava il clima politico statunitense di quegli anni, instaurata indiscriminatamente contro anarchici, operai, sindacalisti e masse popolari che auspicavano un riscatto sociale.  

 

La morte di Sacco e Vanzetti volle essere allora, probabilmente, una dimostrazione esemplare. Su di loro si rovesciava il pregiudizio nei confronti degli immigrati: durante il processo, il giudice li chiamò più volte «bastardi». Vanzetti, che conosceva l’inglese meglio di Sacco, pronunciò al giudice queste parole: «Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra, ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole».

 

Quando la condanna a morte fu resa nota, le strade si riempirono di gente, e le voci della manifestazione accompagnarono Sacco e Vanzetti fino al giorno della loro morte, dieci giorni dopo. Anche l’Italia fu scossa: Benito Mussolini, nonostante l’ideologia politica lo allontanasse da Sacco e Vanzetti, si adoperò perché i due italiani fossero risparmiati. Anche numerosi intellettuali, tra cui Albert Einstein e Bertrand Russell, sostennero con una campagna Sacco e Vanzetti. Ma ogni iniziativa fu inutile: i due trovarono la morte su una sedia elettrica, scatenando indignazione e rivolte.

 

La sedia elettrica fu introdotta negli Stati Uniti nel 1888 per sostituire l’impiccagione, considerata troppo cruenta. Il tempo massimo di sopravvivenza, legati a una sedia elettrica, è di quindici minuti: durante questo arco di tempo, il condannato, colpito da potenti scariche elettriche, muore per arresto cardiaco o crisi respiratoria. Meno cruento, come metodo? La pena di morte è in sé argomento molto dibattuto: in ventuno stati è stata abolita; otto stati sono in moratoria. Lo stato più attivo in questo senso, con il numero più alto di esecuzioni capitali, attualmente è il Texas. Gli Stati Uniti vedono, nella storia delle esecuzioni capitali, l’utilizzo di diversi metodi: dall’impiccagione, alla camera a gas, alla sedia elettrica, all’iniezione letale. Esiste metodo più “umano” di un altro, quando si condanna a morte qualcuno? Senza contare l’effettività del rischio di giustiziare degli innocenti

di Vittoria Montesano
 





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