Afghanistan, un incubo di nome Bacha Bazi Due soldati americani costretti a lasciare l'esercito per aver picchiato un pedofilo - www.Pontilenews.it


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ESTERI

 

09-11-2015

Afghanistan, un incubo di nome Bacha Bazi

Due soldati americani costretti a lasciare l'esercito per aver picchiato un pedofilo


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Di notte li sentiamo urlare, ma non ci è permesso intervenire”. È la frase più straziante che il caporale Gregory Buckley Jr. ha pronunciato nell'ultima telefonata dall'Afghanistan alla famiglia, prima di morire qualche giorno dopo in una sparatoria all'interno della base in cui era di stanza.

Mio figlio mi ha raccontato che i suoi superiori gli hanno espressamente chiesto di far finta di nulla perché si trattava della loro cultura”. Questo tratto della “cultura” afghana si chiama Bacha Bazi, un'espressione traducibile con “Bambini con cui giocare”, ma che nasconde in tali parole innocenti un abisso di violenza fisica e psicologica.

 

I Bacha Bazi sono minori costretti a indossare abiti femminili per essere sfruttati sessualmente da uomini molto più grandi di loro e che spesso rivestono nella società afghana ruoli di potere che li mettono al riparo da qualsiasi rischio o volontà di rivalsa.

Di norma, vengono adescati per strada o direttamente prelevati dalle famiglie di origine da ricchi mercenari disposti a pagarli nei casi in cui i genitori siano compiacenti e a mantenerli economicamente. Da quel momento in poi il bambino diventa di proprietà del compratore ed è costretto a cambiare la propria identità.

Indossa vestiti da donna, viene truccato e costretto a imparare a danzare e a cantare. Ma la musica a un certo punto finisce e la violenza da psicologica diventa fisica.

La condizione in cui vivono questi bambini è terribile. Alla pedofilia e alla prostituzione si aggiunge anche il tremendo vuoto che sperimenteranno non appena compiuti i 18 anni. A questa età, infatti, i loro “padroni” li gettano via come merce avariata, esponendoli alle dure leggi non scritte di una società che li ha ormai etichettati come corrotti. Nessuno di questi bambini si azzarda a denunciare i propri carnefici perché le autorità sono sempre dalla parte del più potente e finirebbero anzi per accusare proprio loro di omosessualità.

 

A questa follia hanno tentato di opporsi due ufficiali americani, il capitano Dan Quinn e il sergente Charles Martland. Per averlo fatto, il capitano Quinn ha distrutto la propria carriera. È stato costretto a lasciare prima il comando di cui era responsabile e poi l'Afghanistan. Alla fine ha deciso di congedarsi dall'esercito. Nel caso di Martland è proprio l'esercito ad esigere dall'ufficiale le dimissioni.

La colpa dei due è di non aver rispettato l'ordine in base al quale le violazioni dei diritti umani erano una questione interna afghana e, in quanto tale, qualsiasi episodio andava ignorato.

Nell'estate del 2011, però, i due Berretti Verdi Quinn e Martland hanno deciso di contravvenire all'ordine. Durante una perlustrazione nella provincia di Kunduz hanno ricevuto delle lamentele sulle unità di polizia afghana che stavano addestrando.

Un giorno, una donna coperta di lividi entrò nella base insieme al figlio, che zoppicava vistosamente. La donna spiegò agli ufficiali americani che uno dei comandanti della polizia afghana – Abdul Rahman – aveva rapito il figlio, costringendolo a diventare suo schiavo. Per assicurarsi che non fuggisse lo aveva tenuto legato al letto per settimane. Quando si era fatta avanti per chiederne la liberazione era stata a sua volta picchiata. Alla fine il figlio venne liberato, ma lei aveva paura che tutto ciò si ripetesse e aveva deciso di denunciare la cosa agli americani.

Il capitano Quinn chiamò a rapporto Rahman, dicendogli che dal momento che lavorava con gli Stati Uniti doveva attenersi alle loro regole. Per tutta risposta, il comandante della polizia scoppiò a ridere.

Quinn lo scaraventò a terra e lo picchiò. Si unì a lui anche il sergente Martland, che scrisse in una lettera indirizzata ai vertici dell'esercito: “Abbiamo sentito l'urgenza morale di far cessare quelle atrocità”.

Il caso sembra aver scosso qualche coscienza fra i vertici militari americani. John Campbell, il comandante delle Forze armate statunitensi in Afghanistan, ha espresso infatti un giudizio netto sulla questione del rispetto dei diritti civili nel paese: “Voglio che sia assolutamente chiaro che ogni abuso sessuale o analogo maltrattamento, chiunque ne sia l'autore o la vittima, è del tutto inaccettabile e riprovevole”.

 

di Andrea Piccoli
 





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