Isis, anche lo stupro diventa un'arma La violenta occupazione della città yazida di Sinjar dimostra l'esistenza di una vera e propria teologia dello stupro - www.Pontilenews.it


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ESTERI

 

17-11-2015

Isis, anche lo stupro diventa un'arma

La violenta occupazione della città yazida di Sinjar dimostra l'esistenza di una vera e propria teologia dello stupro


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Soltanto da qualche giorno quel che resta della città di Sinjar è stato liberato dalle milizie curde che combattono l'Isis nella parte settentrionale dell'Iraq. Sinjar era occupata dallo Stato Islamico dal mese di agosto, crocevia fondamentale per ragioni logistiche.

Quando sono entrati in città, i soldati curdi hanno trovato solo macerie e desolazione, oltre agli ultimi miliziani suicidi dell'Isis imbottiti di esplosivo. La maggior parte della popolazione ha trovato la morte in questi mesi, altri sono riusciti a scappare.

A pagare le conseguenze maggiori dell'occupazione dello Stato Islamico sono state le donne yazide, vittime di una teologia dello stupro messa in atto in maniera rigorosa dagli estremisti islamici.

Gli yazidi sono una popolazione di lingua curda che abita soprattutto nella parte settentrionale dell'Iraq. Il loro nome deriva dallo yazidismo, una religione sincretica che assorbe vari principi dalle tre principali religioni monoteiste: l'Ebraismo, il Cristianesimo e l'Islam appunto. Dopo aver conquistato Mosul, l'Isis si diresse verso Sinjar in quella che sembrava l'ennesima battaglia per espandere il proprio dominio.

Subito dopo l'occupazione, però, lo Stato Islamico annunciò l'istituzione della schiavitù sessuale, con veri e propri contratti di vendita autenticati dai tribunali islamici, denunciando l'intenzione di una conquista di tipo sessuale più che territoriale.

 

Qualche mese prima, sulle pagine di Dabiq, la rivista edita in inglese dall'Isis, comparve un articolo nel quale si teorizzava la “teologia dello stupro”, una pratica, secondo i miliziani, prevista dal Corano e che non lasciava alcuna speranza alle donne yazide, le quali, a differenza di quelle ebree o cristiane, non potevano neanche pensare di sottrarvisi pagando un riscatto.

Nelle settimane scorse, invece, il sedicente “Dipartimento della ricerca e della fatwa” dell'Isis ha elaborato un manuale di 34 pagine per chiarire gli aspetti della gestione delle schiave sessuali. In sostanza, non ci sono limiti alla violenza degli uomini, a parte l'impossibilità di avere rapporti sessuali se la donna è incinta. Neanche le bambine sono esentate dalla loro ferocia.

L'unica speranza risiede nel cosiddetto “Certificato di emancipazione”. Una ragazza di 25 anni, ad esempio, è stata liberata dal suo proprietario, un miliziano libico che, dopo aver effettuato l'addestramento previsto per gli aspiranti suicidi, era pronto a mettere in atto il folle gesto.

Per una sorta di burocrazia dell'orrore, la donna ha ricevuto un documento firmato da un giudice dello Stato Islamico che le è valso la possibilità di lasciare la Siria e fare ritorno in Iraq dai propri familiari.

Nelle testimonianze dei sopravvissuti all'occupazione dell'Isis echeggiano sinistre analogie con le pratiche delle SS nella Germania nazista. Dopo aver conquistato una città, i miliziani islamici dividono le donne dagli uomini. Ai maschi più giovani viene chiesto di mostrare il petto. Nel caso in cui abbiano dei peli finiscono nel gruppo degli uomini, in caso contrario in quello delle donne.

Gli uomini vengono giustiziati immediatamente, mentre le donne vengono deportate in una località vicina per essere catalogate e smistate come merce in varie città dell'Iraq o della Siria.

 

In un articolo apparso sul New York Times si racconta la storia di una bambina yazida di 12 anni vittima di un combattente dell'Isis.

«Prima di iniziare a stuprare la bambina, l'uomo si prese il tempo per spiegare che quello che stava per fare non poteva essere considerato un peccato. A causa della sua condizione di miscredente, il Corano non solo gli dava il diritto di stuprarla, ma lo accettava e lo incoraggiava.

Le legò le mani e le mise un bavaglio sulla bocca. Poi si inginocchiò di fianco al letto e cominciò a pregare, prima di mettere il suo corpo sopra di lei. Quando ebbe finito si inginocchiò di nuovo per pregare, mettendo fine allo stupro con un atto di devozione religiosa.

Gli dissi che mi faceva male, gli chiesi di fermarsi”, ha raccontato la bambina. “Mi rispose che stuprandomi si sarebbe avvicinato a Dio”».

di Andrea Piccoli
 





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