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CRONACA

 

12-04-2016

Caso Regeni: dopo il fallimento del vertice di Roma, ecco la ricostruzione dell'omicidio

Nell’inchiesta comparirebbe il nome del generale Khaled Shalaby della polizia criminale di Giza


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Il fallimento del vertice di Roma sul caso Regeni ha portato a uno scontro a suon di accuse tra i due governi in ballo. Il primo colpo dal governo egiziano, nei panni del ministro degli esteri Abou Zeid, che ha accusato Palazzo Chigi di “voler politicizzare il caso per ragioni interne dopo le dimissioni del ministro dello Sviluppo economico sullo sfondo di un caso di corruzione”. Di contro il ministro Gentiloni, che spalleggiato dal premier Renzi, ha ribadito la volontà di andare fino in fondo per cercare la verità sulla morte di Regeni. A questo punto l’inchiesta riparte comunque con due certezze che metterebbero al muro l’apparato di sicurezza egiziano, dando centralità nell’accusa al generale Khaled Shalaby, comandante della polizia criminale di Giza, che nel suo curriculum ha diversi precedenti per tortura. Questi retroscena porterebbero a identificare la morte di Giulio Regeni come un omicidio si stato.

 

Una delle certezze, la prima, riguarderebbe la verità sul sequestro o meno di Giulio Regeni nel percorso tra la sua abitazione e la fermata della metropolitana di Dokki. Alle ore 19:59 del 25 gennaio si ha la certezza che il cellulare dello studioso abbia agganciato la rete dati della stazione, posizionandolo dunque nella stessa. Questo significherebbe che Giulio sarebbe giunto alla fermata di piazza Tahrir, dove si sarebbe dovuto incontrare con l’amico Gennaro. Purtroppo per un guasto alle rete di videosorveglianza, così almeno attestano gli inquirenti egiziani, non si ha una registrazione dalle 56 telecamere della stazione di Dokki. Solo una funzionava: quella puntata sulle scale mobili di accesso, il cui nastro però risulterebbe sovrascritto e non ancora messo a disposizione degli inquirenti. Per una “fortuita coincidenza” anche le immagini di videosorveglianza della stazione di piazza Tahrir risulterebbero assenti.

 

L’ipotesi riguarderebbe la possibilità che Regeni sia stato arrestato durante le retate in corso quel 25 gennaio a Piazza Tahrir. Fonti del ministero dell’interno attesterebbero un bilancio di 20 arresti, tra cui 19 egiziani e uno straniero.  Solo successivamente alla scomparsa di Giulio, fonti ufficiose egiziane hanno riferito che gli stranieri fermati sarebbero stati due, di cui uno turco e uno “cittadino americano”, la cui identità rimane sconosciuta. Questa segretezza avvalorerebbe la seconda certezza, quella di un rastrellamento eseguito dal capo della polizia di Giza, il generale Khaled Shalaby.

 

In un piccolo articolo del giornale locale “Veto”, tradotto da “La Repubblica”, il giornalista Manal Hammad avrebbe portato alla luce degli accertamenti su uno straniero arrestato all’interno di un caffè, che si sarebbe trovato nella questura di Giza, nella zona di Al Bahr Al Azam. Questo straniero, che nell’ipotesi potrebbe essere Giulio Regeni, a detta di alcuni informatori, avrebbe parlato con i cittadini in una lingua araba approssimativa e utilizzando anche termini stranieri. Si sarebbe attestato che lo stesso straniero avrebbe cercato di mobilitare il popolo, facendolo scendere in piazza in occasione della ricorrenza del 25 gennaio. Per questo il giovane era stato bloccato ed era stato redatto un verbale d’accusa, inviando una comunicazione alla procura. Queste informazioni, indifferenti in quei giorni, in cui si ignora della scomparsa di Giulio Regeni, potrebbero essere molto significative, dopo ben otto settimane in cui sono state taciute agli investigatori italiani. 

di Pierluigi Liguori
 





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