Tiziana Cantone, perché nessuno può dirsi innocente La tragica storia della ragazza napoletana, vittima di tanti carnefici - www.Pontilenews.it


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CRONACA

 

16-09-2016

Tiziana Cantone, perché nessuno può dirsi innocente

La tragica storia della ragazza napoletana, vittima di tanti carnefici


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Di fronte alla dolorosa vicenda di Tiziana Cantone forte è il desiderio di dichiararsi estranei, di convincersi che in fondo a noi non poteva capitare. Eppure, Tiziana era una ragazza normale e ciò che più colpisce e commuove della sua tragica storia è l’irragionevole distanza fra il “peccato originale”, l’ingenuità commessa, e il prezzo che ha pagato alla fine per scontarne gli effetti. La leggerezza di una giovane donna innamorata, se si vuole prestare fede alle parole della madre, che attribuisce all’ex fidanzato la responsabilità di quei 6 video. Filmati che ritraevano la ragazza fare sesso con altrettanti uomini allo scopo di dar corpo alle fantasie erotiche del compagno. Ma se anche così non fosse, se davvero Tiziana avesse ceduto alla tentazione di godere dei benefici della popolarità a buon mercato (preparandosi a una carriera nel porno, come velenosamente suggerivano diversi giornali), salvo poi esserne sopraffatta, dovremmo modificare il nostro giudizio e sentirci meno inclini alla pietà?

 

A navigare in rete in questi giorni sembrerebbe di sì. Il selècercatismo come nuova religione di Stato. Su bacheche, forum e commenti pullulano infatti i classici «Se l’è cercata», e Tiziana veste i panni della ragazzina in minigonna che pretende di non essere stuprata. Quando quei video hanno cominciato a circolare, la ragazza è passata al secondo livello di sofferenza, dopo aver presumibilmente penato per il fallimento della sua storia d’amore. Giorno dopo giorno, centinaia di link si affastellano sulla sua vicenda, migliaia di video ripropongono in forma di parodia le sue performance erotiche. Il fenomeno è tale che i suoi video non contano più, sono ormai superflui. La sua vita è stravolta, il gioco – se gioco era – le è sfuggito di mano. Non lavora più, non esce più di casa, cerca di cambiare nome.

 

Per trovare una via d’uscita si appella alla giustizia, denunciando i primi diffusori dei video, e siti e social network che hanno ospitato il materiale. Ma il rifugio cercato dalla barbarie del web si rivela meno ospitale del previsto. Il Tribunale di Napoli Nord le dà sostanzialmente ragione, ma il paradossale risultato è il pagamento delle spese processuali. Su 10 siti chiamati in causa, 5 sono condannati dal giudice Monica Marrazzo al pagamento delle spese, mentre l’eventuale risarcimento andrebbe definito in una fase successiva del processo. Gli altri 5 siti non hanno responsabilità non avendo ospitato i video incriminati, ma soltanto pagine e filmati che alludevano ad essi. Paradossalmente, Tiziana viene a sapere della notizia su Facebook, dove il suo avvocato ha avuto la brillante idea di renderla pubblica. È tuttavia un preciso periodo della sentenza a rendere insostenibile la situazione della ragazza. Si legge infatti nel dispositivo reso noto il 5 settembre: «Presupposto fondamentale perché l’interessato possa opporsi al trattamento dei dati personali, adducendo il diritto all’oblio, è che tali dati siano relativi a vicende risalenti nel tempo. In questo caso non si ritiene che sia decorso quel notevole lasso di tempo che fa venir meno l’interesse della collettività». Tiziana – un diploma di maturità classica, una manciata di esami a Giurisprudenza – ha gli strumenti per comprendere la portata di quelle parole. La gelida sintassi dell’italiano legale le sta dicendo che non ha sofferto abbastanza, che gli avvoltoi indaffarati sulla sua carcassa (l’interesse della collettività) hanno bisogno di altro tempo per deriderla, per umiliarla più a fondo. È il terzo livello di sofferenza a cui deve far fronte, e che con ogni probabilità la schianta. L’ultimo tremendo paradosso è che la sentenza ravviva ancora una volta l’interesse sulla vicenda, e il branco della rete si avventa di nuovo sulla preda. Stavolta però è troppo, Tiziana si impicca, anche se non trova pace neanche così. Gli sciacalli del web ricominciano a mormorare il loro malanimo social, sfoderano tutto l’armamentario di ironie e offese. Intanto, come fosse un romanzo di Kafka, la procura di Napoli Nord, la stessa che le ha negato il diritto all’oblio, apre un fascicolo per istigazione al suicidio. Sicuri che gli unici meritevoli di comparire nell’elenco degli imputati siano il fidanzato e i suoi amici?

di Andrea Piccoli
 





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