«Sangue del mio sangue», i delitti in famiglia: cosa succede se il mostro vive in casa? Secondo appuntamento sulla psicologia criminale con la dottoressa Daniela Siciliano - www.Pontilenews.it


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CRONACA

 

02-11-2016

«Sangue del mio sangue», i delitti in famiglia: cosa succede se il mostro vive in casa?

Secondo appuntamento sulla psicologia criminale con la dottoressa Daniela Siciliano


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La famiglia rappresenta l'embrione della nostra società, ma è anche il contesto in cui avviene il maggior numero di delitti in Italia (Rapporto Eures omicidio volontario). Troppo spesso leggiamo sulle cronache di liti coniugali che finiscono in tragedia, conflitti esasperati tra genitori e figli, gelosie e ossessioni che sfociano in omicidi. Significa che la famiglia non è quell'approdo sicuro in cui ci si può rifugiare dal mondo esterno. La dottoressa Daniela Siciliano, esperta di psicologia clinica, psicopatologa forense, psicodiagnosta dell'età adulta ed evolutiva, in questo secondo appuntamento sulla psicologia criminale, dopo quello sul serial killer, ci aiuta a capire le dinamiche, che si sviluppano prima che un delitto avvenga all’interno delle mura domestiche. Cosa succede se il mostro vive in casa?

 

In genere, l’omicidio in famiglia è il culmine di situazioni complicate che, a un certo punto, arrivano ad un epilogo tragico. Non si tratta di un qualcosa che accade all'improvviso, ma della classica goccia che fa traboccare il vaso. Spesso le dinamiche famigliari «si miscelano come una pozione chimica fino a divenire ingestibili. Soprattutto nel caso di una personalità psicopatologica». Ma perché a volte chi uccide un membro del proprio nucleo familiare tenta di togliersi la vita dopo aver compiuto il delitto?

«È difficile fornire una lettura univoca da un punto di vista psicologico.Nel caso del delitto passionale, il suicidio viene spesso interpretato come un “liberarsi dalla vita insieme”, una condizione che deve continuare anche oltre la vita. Differentemente, nel caso dell’omicidio-suicidio, che viene detto “liberatore e salvifico”, il più delle volte l’intento è quello di liberarsi da una sofferenza troppo grande, una croce troppo pesante».

 

In alcuni genitori si manifestano impulsi distruttivi nei confronti dei propri figli, mediante gesti eclatanti. Ricordiamo Loris, il bambino ucciso nel Ragusano. Il piccolo Samuele ucciso a Cogne. Cosa spinge una madre a compiere un gesto così innaturale? Quali processi interni (psichici) ma anche esterni (sociali) scattano?

«Tristissimo e complicato capitolo. È difficile, per chi come me è donna e mamma, pensare all’uccisione di un figlio. La principale causa è la difficoltà di accettazione. In attesa del figlio non programmato o magari programmato da anni, arriva il figlio che proprio non corrisponde a quello che la mamma si era immaginata e quindi la difficoltosa accettazione e integrazione in una vita nella quale c’è da fare spazio a qualcun altro. Ci sono poi casi difiglicido per vendetta sul coniuge, come comune è anche il figlicidio accidentale (figli dimenticati in auto)».

 

Perché in alcuni casi la memoria dell’accaduto viene rimossa? E dopo quanto tempo è possibile ricordare?

 «Il ricordo può riaffiorare alla mente anche dopo tanto tempo, certamente. I meccanismi di rimozione, “non ricordo nulla”, sono di fatto dei meccanismi di difesa. Comprendere se questi sono reali o sono frutto del “mento pur sapendo di mentire” è complesso affermarlo in linea generale, mentre individualmente è possibile definire il quadro clinico attraverso perizie e indagini cliniche specifiche».

 

Ricordiamo casi eclatanti come quello di Erika e Omar, la coppia di giovani marchigiani, all’epoca minorenni, che uccisero la madre e il fratellino di lei. E ancora Pietro Maso, protagonista di un efferato delitto: per incassare subito la sua parte di eredità uccise entrambi i genitori. Cosa scatta quando sono i figli a uccidere?

«Se l’uccisione di un figlio può essere vissuta dal genitore omicida emotivamente come liberazione, quella di un genitore da parte del figlio diventa spesso sostituzione. Il desiderio di mettersi “al posto di”, sostituire quella figura con l’unico e perverso obiettivo di ritrovare una tranquillità non raggiungibile sino all’eliminazione di chi, apparentemente, gli impedisce di stare bene».

 

Il caso che l’ha più colpita?

«Sono tutti casi che colpiscono molto, certamente da donna e mamma le posso dire che è triste leggere, ascoltare notizie di episodi così violenti verso i figli e verso i genitori».

 

Cosa si nasconde dietro i delitti passionali? Lo scopriremo nel prossimo appuntamento sulla psicologia criminale. 

di Giulia Bordini
 





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