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ESTERI

 

07-11-2016

Perché gli americani votano di martedì?

Il lascito di una società agricola e religiosa influenza negativamente le percentuali di voto


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Ci fu un tempo in cui a votare ci si andava in carrozza. Lo sanno bene gli americani, che per eleggere il presidente della propria Confederazione dovevano affrontare spesso un intero giorno di viaggio per raggiungere il seggio di Stato. È quindi nel ritmo ipnotico del calesse che va ricercata la ragione di un'anomalia storica nel sistema di voto del più potente paese al mondo. Domani, infatti, Donald Trump e Hillary Clinton si giocheranno la presidenza degli Stati Uniti. Ma perché di martedì? Praticamente in tutto il mondo si vota la domenica, alcuni allungano anche al lunedì le operazioni (è il caso dell'Italia, dove per anni abbiamo sperimentato questo sistema), ma il martedì elettorale è peculiarità statunitense.

 

Se si guarda alla storia, in realtà, non poteva essere altrimenti. Fino al 1845, le operazioni di voto e i risultati delle elezioni presidenziali erano avvolti in un alone di mistero impenetrabile spesso per mesi. Ogni Stato, in sostanza, si sentiva in diritto di fare quel che voleva, votando a seconda delle proprie convenienze. Il Congresso decise di risolvere una situazione che scatenava il più delle volte malanimi e recriminazioni fra i sostenitori dei vari candidati, che scambiavano la confusione del sistema per l'evidenza di una frode a danno dello sconfitto di turno. I deputati avevano però di fronte un bel problema. Il paese nato dalle comunità puritane e dai padri pellegrini della Mayflower non poteva che mostrare un severo rispetto della religione, per cui erano da scartare immediatamente la domenica, giorno del Signore, e il venerdì, giorno di preghiera e digiuno. Di conseguenza, erano da escludere anche giovedì, sabato e lunedì, per le tempistiche legate al trasferimento. Rimanevano il martedì e il mercoledì. Neanche quest'ultimo andava bene, e qui Dio non c'entrava nulla. Era giorno di mercato praticamente in tutti gli Stati Uniti. E martedì fu. E se qualcuno si chiede perché di novembre, la ragione è di nuovo economica e logistica: da una parte, doveva essere una data che non pregiudicasse i lavori dei campi, dall'altra non troppo lontana dalla buona stagione, per evitare di trovarsi nel bel mezzo di una bufera di neve.

 

La domanda diventa allora: perché gli americani continuano a votare di martedì? Non siamo più nella mitica epoca del Far West, gli spostamenti sono molto più facili e il numero di seggi molto più alto. La società appare inoltre largamente secolarizzata, di conseguenza la domenica non sembra più un tabù. Eppure, un po' per consuetudine, un po' per pigrizia del legislatore, gli Stati Uniti continuano a mostrarsi come un'eccezione, almeno fra i paesi occidentali. Un po' quello che succede con il famoso Secondo Emendamento, quello che consente a tutti i cittadini degli Stati Uniti di possedere un'arma. Inserito in Costituzione nel 1791, in un clima di scontro totale con l'ex madrepatria, il Secondo Emendamento era una chiamata alle armi di tutti gli statunitensi per proteggere la propria terra dagli inglesi. Anche in questo caso, la norma non avrebbe più senso, ma per molti americani è come se fosse scolpita sulla pietra dal Dio delle Smith & Wesson.

 

Nel paese è addirittura nata un'associazione - Why Tuesday? - che spinge per modificare il giorno delle elezioni presidenziali, allo scopo di aumentare la partecipazione spesso scarsa dei cittadini. Alle ultime elezioni del 2008, Barack Obama e Mitt Romney hanno portato alle urne solo il 54,8 per cento degli aventi diritto. Secondo i promotori di Why Tuesday?, votare la domenica o durante un giorno di festa consentirebbe a molte più persone di partecipare. Votare il martedì, infatti, significa il più delle volte prendere un permesso al lavoro. E negli Stati Uniti prendere un permesso equivale a perdere ore di salario, eventualità poco appetibile soprattutto per chi fa lavori poco qualificati e non guadagna molto. Qualche mese fa, intervistato dal Daily Targum (il giornale della Rutgers University), Obama si è detto a favore di un cambiamento del sistema di voto: «Siamo l'unica democrazia occidentale che, in maniera deliberata, rende difficoltoso il voto. […] Qualsiasi soluzione per incrementare la partecipazione è da promuovere e incoraggiare. La nostra democrazia non funziona bene se soltanto la metà dei cittadini partecipa». Le buone intenzioni si scontrano però con le difficoltà burocratiche, prima fra tutte l'ampia autonomia di cui godono i singoli Stati. È probabile quindi che continueremo nei prossimi anni e per le prossime elezioni a porci la stessa domanda iniziale.

di Andrea Piccoli
 





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