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POLITICA

 

26-11-2016

Referendum: le tentazioni di Berlusconi

L'ex Cav e Mediaset divisi dal voto


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«Certo, certissimo, anzi probabile» scriveva Ennio Flaiano in Diario Notturno. Il poliedrico genio pescarese non poteva immaginare che, 49 anni dopo, in occasione del referendum del 4 dicembre 2016, la sua citazione avrebbe meticolosamente descritto, come nella più sinistra delle profezie, l’iter seguito da Silvio Berlusconi che urla un No certo, lo ribadisce con certissima convinzione, per poi fare un passo indietro in direzione di un probabile cambio di rotta. Il leader di Forza Italia sin dagli albori ha portato avanti con fierezza una ferma campagna a favore della vittoria del No al referendum costituzionale, campagna che si abbatte come uno tsunami sul destino del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, la cui testa si vorrebbe rotolasse sul tavolo dei sostenitori del No nel caso in cui la sua “personalizzata” riforma non avesse il riscontro sperato.  Berlusconi prende le dovute distanze di sicurezza da ciò che considera un rinnovamento che puzza di regressione: il Sì alla riforma costituzionale è un omicidio perpetrato ai danni della democrazia da carnefici partitici e singoli che alzano la coppa del potere. All’Italia non occorre una riforma fasulla mascherata da referendum, quindi, ma «singole riforme vere, diverse, da approvare tutti insieme» ha urlato Berlusconi al Tg5 lo scorso ottobre. C’è da dire, però, che nemmeno la vittoria del No lo soddisferebbe, perché per un Renzi che perde un Grillo e il M5S avanzano pronti a scalare le vette di quel potere che – chiarisce il Cavaliere – non sono in grado di tenere fra le mani. 

 

Ma se la soluzione più conveniente fosse auspicarsi la vittoria della tesi contraria? È Luciano Casolari, medico psicoanalista, a spiegare il perché in un blog pubblicato su Il Fatto Quotidiano. La premessa dalla quale Casolari parte è la seguente: la posta più alta in gioco non è la vittoria del Sì o del No al referendum, ma il successo alle prossime elezioni politiche. Da cosa deriverebbe quest’ultimo? In caso di vittoria del Sì (e non del No, che pubblicamente sostiene), Berlusconi assisterebbe alla lenta agonia del governo che, se non riuscisse a dar forma concreta alle sue promesse, creerebbe insoddisfazione e ridurrebbe, di fatto, gli spazi della sua azione politica. L’ex Cavaliere, così, sbaragliata senza sforzo la “concorrenza”, tornerebbe rieleggibile e a riacquisterebbe di fatto la capacità di dettare la linea. Coalizzerebbe un ampio fronte e, anche se non vincesse, porterebbe a casa un importante risultato sul fronte più caldo: le sue televisioni sarebbero salve. 

 

A una settimana dal voto, la posizione del fondatore di Mediaset, Berlusconi (sostenitore del No), diverge pesantemente da quella del presidente delle tv di Arcore Fedele Confalonieri che si è schierato per il Sì. «Hanno paura di una possibile ritorsione da parte di chi ha il potere», ha spiegato Berlusconi a Porta a Porta martedì 22 novembre. 

 

Operazione “Grandi Torri”. La creazione di un unico polo televisivo, nel 2015, sembra cosa quasi fatta, con Ei Towers (che possiede le antenne per la trasmissione del segnale Mediaset) che avanzava un’offerta alla corrispondente Rai Way. Il piano di integrazione sembrava attuabile e si configurava come una mossa di grande intelligenza industriale, ma il Governo remò contro: poteva andare (quasi) bene, ma il 51% di Rai Way doveva restare pubblico. Operazione fallita. Mediaset ha pagato il conto della decisione con il crollo dei titoli da 57 euro agli attuali 47. Un esecutivo più “amichevole” potrebbe far resuscitare il sogno d’integrazione, modificando la norma che pone al 51% il tetto minimo.

 

Pubblicità. Il destino degli spazi pubblicitari è nelle mani del governo. La preoccupazione di Mediaset sull’argomento è da sempre alta, dal momento che il suo fondatore è schierato politicamente in prima linea. Per le tv di Arcore, il 2016 è stato un anno favorevole in tema di raccolta della pubblicità, con un incremento del 2,6% che potrebbe ulteriormente salire al 3-4% entro fine anno, e che ha portato ad una situazione di magico equilibrio. Nel 2017, in sede di rinnovo del contratto di servizio Rai e in stretta relazione ai 174 milioni di entrate derivanti dal Canone, il governo potrebbe decidere di dare ulteriore man forte al servizio pubblico riducendo gli spazi pubblicitari. Una Rai con meno pubblicità, strettamente legata a quel senso di servizio pubblico che la permea, farebbe continuare a “respirare” Mediaset.

 

Paura di ritorsioni sì, ma anche timore di mancanza di “aiuti” al momento giusto. Sul tavolo delle trattative, Mediaset e il governo hanno schierato i tasselli che costruiranno il futuro della televisioni.

di Serena Gazzaneo
 





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